160 161 LA RICERCA SOCIALE UTILIZZA LE IMMAGINI: CASI loro come, ad esempio, un concetto, un quadro, un murale, un’illustrazione, ecc. Anche in questo nostro intervento la pluralità di signifcati racchiusi nella parola immagine è analizzata come un aspetto costituivo dei processi che con esse intratteniamo. Le imma- gini appartengono infatti a plurimi domini come quello grafco, verbale, ottico, mentale e percettivo (Mitchell 1984) e su plurimi domini interagiscono. Strumento per l’incorporazione di valori, passioni e ideologie, le immagini sono un dispositivo capace di codifcare, e quindi di tradurre percettivamente e cognitivamente, i discorsi sociali. Nel caso dell’immagine facciale, poi, questi discorsi sono quelli legati all’autodeterminazione come posizionamento “al di fuori di una cornice medico-giu- ridica e narrativa patologizzante” (De Leo 2021, n/p) riguardo la determinazione della propria identità di genere. Per la comprensione delle immagini facciali il punto di partenza sarà riconoscere nell’i- dentità non una datità ma l’efetto di un’istanza processuale, un fenomeno stratifcato e che sorge sulla base delle iscrizioni polifoniche che caratterizzano il tessuto sociale. Risultato delle negoziazioni biopolitiche che attraversano la nostra società; l’identità è, per queste pagine, il campo di battaglia dove la dimensione situale e intersezionale che defnisce la sogettività prende forma sulla base delle diverse esperienze legate all’iden- tità di genere, di classe, etnica o, ancora, quella relativa all’età (Crenshaw 1991). Tenendo presente questa dimensione performativa, defniamo le immagini facciali quali visualiz- zazioni dell’identità risultato della volontà di rappresentazione di un volto 2 , un deside- rio 3 che attraversa la specie umana (Leone 2020) e che fa della presentifcazione del volto proprio o altrui un segno dell’identità. 2. La semiotica delle immagini facciali Nel Trattato di semiotica generale Umberto Eco (1975, p. 17) scrive che: la semiotica ha a che fare con qualsiasi cosa possa essere assunta come segno. È segno ogni cosa che possa essere assunta come sostituto signifcante di qualcosa d’altro. Questo qualcosa d’altro non deve necessariamente esistere, né deve sussistere di fatto al momento in cui il segno sta in luogo di esso (separazione tra esistenza e senso). In tal senso la semiotica, in principio, è la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire. Parafrasando la proposta di Eco, proponiamo di pensare alle immagini facciali come un sostituto dei discorsi sull’identità, un simulacro con cui rendere presenti i percorsi aventi al centro la rappresentatività sociale dell’identità. Osservare le immagini facciali attraverso la lente semiotica ci permette, perciò, di rico- noscere non solo la dimensione narrativa e la rete di rimandi, di sguardi e di posi- zionamenti fgurativi che compongono l’artefatto visivo. Al fare del proprio ogetto Metterci la faccia, metterci l’identità: il valore sociale dell’immagine facciale 1 Cristina Voto 1. Le immagini facciali Questo testo cerca di fare luce su un particolare tipo di immagine, quella che defniamo come immagine facciale, un artefatto visivo per l’incorporazione dei discorsi sull’identità. Sono immagini che interpelliamo perché capaci di restituire uno sguardo sulla società, il tessuto collettivo ogi più che mai condizionato dalla facilità che riscontriamo nella produzione di immagini grazie a diversi stru- menti quali algoritmi, smartphone, fotocamere e sofware. Secondo questa prospettiva, le immagini incidono in una forma nuova e, fno a pochi decenni fa, inaspettata sulla cultura visiva dal momento che: “eventi visivi in cui il consumatore ricerca informazione, signifcato, o piacere attraverso un’interfaccia di tecnologia visuale” (Mirzoef [1999] 2001 pp. 29-30) sono ogi parte della nostra quotidianità e agiscono in svariati ambiti sociali. Quante forme dell’esperienza e del sapere, del resto, trovano ogi nella traduzione per mezzo di immagini non solo un meccanismo sussidiario alla propria difu- sione e perdurabilità ma un vero e proprio strumento di creazione e (r)innovazione? Ma, allora, se le immagini sono così pervasive del e nel sociale, di cosa parliamo quando parliamo di immagini? Se solo ci sofermiamo sulla semantica della lingua italiana, ovvero sulla pluralità di signifcati cristallizzati nel vocabolo in analisi, que- sto ci appare come un termine-ombrello, un termine cioè capace di racchiudere al suo interno referenti del mondo anche assai diversi tra