della villa d’Este a Tivoli e della casina di Pio IV in Vaticano). Vincenzo non poté che ereditare la passione per l’arte, che fu esal- tata ulteriormente dalla sua natura liberale e voluttuosa. La vita- lità che il nuovo duca espresse nella committenza non era altro che lo specchio di un’indole focosa, di cui la sua biografia dà ab- bondanti testimonianze. Nel 1581 egli sposò Margherita Farnese, con la speranza di creare una solida unione tra due delle prosapie più potenti dell’epoca; il matrimonio fu però rescisso di lì a breve per incapacità di lei di procreare, e questo “incidente” lasciò dietro di sé una scia di livo- re e di attriti tra le due famiglie. Il carattere sanguigno di Vincen- zo emerse in modo ancor più evidente nel 1582, allorché egli uc- cise con una stoccata – una burla terminata in tragedia? – il gio- vane James Crichton, un nobile scozzese descritto dai suoi con- temporanei come un “nodo di tutte le virtù”. Nel 1584 Vincenzo contraeva un nuovo matrimonio con Eleono- ra de’ Medici, la quale nel 1586 dava alla luce il primogenito, Francesco. La parentela con la casata fiorentina spingeva i Gonza- ga a una nobile competizione in termini di mecenatismo e com- mittenza: Mantova è però seconda a Firenze nella nascita del nuovo genere drammatico e musicale, battezzato “commedia in musica”. Nel 1589 Vincenzo ricevette da Filippo II l’onorificenza del Toson d’oro; pochi anni dopo, nel 1595, vagheggiando anacro- nistici ideali cavallereschi di crociata, spinto da ideali cavallereschi ma anche dall’ambizione, partì con tre compagnie di archibugieri a cavallo per combattere contro i Turchi; Vincenzo fu l’ultimo dei Gonzaga a rischiare in prima persona sul campo di battaglia. Una seconda campagna militare, esortata da Rodolfo II, impegnò Vin- cenzo nel 1597; ne seguì una terza, nel 1601, in Croazia. Le alter- ne vicende e i risultati non esattamente incoraggianti non placa- rono l’ambizione del principe e non impedirono a Torquato Tasso di scrivere versi encomiastici, in cui si fondevano le lodi per il bel- l’aspetto del Gonzaga con l’esaltazione delle sue doti marziali: “La già vinta Germania, or vincitrice, / non mandò chioma di più lu- cid’oro / di questo crine, o mai di verde alloro / l’ebbe più degna imperador felice; / né ’l sol la bagna in grembo a la nutrice / de la marina appresso al lito Moro, / onde tanto non pregio o tanto onoro / per la sua piuma oriental fenice; / ma pur quando la bian- ca e dotta mano / un gran destriero affiena e volve / di quei che pasce la tua nobil terra, / lieto lo sparge d’onorata polve, / e bra- mi campo aver, come ’l Troiano, ov’il ricopra un lucido elmo in guerra”. 83 83 Veduta della sala di Manto. el 1607 la Favola di Orfeo di Alessandro Striggi e Claudio Monteverdi, opera in musica destinata a lasciare una pro- fonda impronta nella vita culturale del Seicento, venne per la pri- ma volta rappresentata a Mantova, nel Palazzo Ducale. A cavallo fra Cinque e Seicento la corte di Mantova raggiunse l’apice del suo splendore: il vertice di una parabola in seguito calante. Ciò si deve al lungo regno del duca Vincenzo I (1587-1612), un princi- pe tanto amante delle arti da fare della sua città un centro di rilie- vo internazionale, così propenso a spendere per esse da portare le finanze dello Stato vicino al collasso. Nel 1608 l’ambasciatore veneto Francesco Contarini sottolineava di Vincenzo I “la liberalità ed umanità, per le quali ha acquistato sinora nome del più splendido duca che sia stato in quella città e l’amor universale così de’ nobili come del popolo”; nella medesi- ma circostanza un altro ambasciatore, Francesco Morosini, lo ac- cusava però di tenere assai “poca regola del vivere”. L’uomo merita massima attenzione, poiché i suoi eccessi l’hanno reso simbolo di raffinatezza di gusto o di depravazione, di lungi- miranza o di miopia, a seconda degli storici che ne hanno analiz- zato la figura. Una figura, comunque, notevole sotto ogni punto di vista: quasi un maestro di cerimonie per l’Europa intera, in gra- do di rendere la sua corte cosmopolita e degna di competere con quelle delle principali dinastie. Vincenzo nacque nel 1562 da Guglielmo Gonzaga ed Eleonora d’Austria, coppia piuttosto bigotta e lontana dalle luci della ribal- ta. Già nel 1580 il pupillo mostrò una certa insofferenza e si allon- tanò temporaneamente dal tetto paterno per non dover sopporta- re le ristrettezze impostegli; dava già i primi segnali d’una pazza prodigalità che avrebbe annullato i benefici del morigerato e cau- to governo paterno, ma che avrebbe lasciato altissima traccia so- prattutto nell’arte cittadina. Non si può negare che Mantova fosse un centro culturale di gran- de rilievo già negli anni del duca Guglielmo (1550-1587), il cui mecenatismo fu soprattutto indirizzato alla valorizzazione della scuola locale. Non mancarono però importanti eccezioni, che per il figlio Vincenzo dovettero costituire un importante esempio. Gu- glielmo, amante della musica e compositore egli stesso, si avvalse di Jacques de Wert e di Pierluigi da Palestrina; anche nel commis- sionare dipinti si mostrò aperto verso ampi orizzonti: il veneziano Jacopo Tintoretto dipinse ben otto grandi teleri per il Gonzaga, in un vasto appartamento costruito su progetti del mantovano Gio- van Battista Bertani e del napoletano Pirro Ligorio (l’architetto N STEFANO L’OCCASO La corte dei Gonzaga e il duca Vincenzo