Info 29 istituzioni internazionali e dei governi di ‘internalizzare’ il dialogo con le componenti della società civile orga- nizzata. Nel WUF 2006, la nebulosa degli eventi collaterali, come il Forum Mondiale dei Pianificatori organizzato dal Planners Network americano, la lectio magistralis’ affidata a John Friedmann e i picchetti di protesta dell’International Alliance of Inhabitants parevano quasi degli ‘hap- pening’ studiati per costruire un’am- bientazione plurale, eventi ‘riassorbibi- li’ in un’atmosfera che molti media hanno presentato come il ‘festival del vuoto programmatico’ e della ‘coopta- zione sociale’. Il recupero archeologico di foto e fil- mati dei dibattiti sulla città ‘organica’ di cui – nel 1976 - fu protagonista assoluta Jane Jacobs (la mater patriae della storia canadese della città, scom- parsa pochi mesi prima del forum) ha acuito la sensazione diffusa di un’im- possibilità totale di comparazione tra i due eventi ospitati a Vancouver e di cui si voleva artificialmente sottolinea- re la continuità ideale. A ben guardare, infatti, il filo che li lega é molto sotti- le. La conferenza del 1976 fu essenzial- mente un vertice di capi di stato, con- cluso da una interessante (e per l’epoca innovativa) ‘Dichiarazione di impegni’ e da un Action Plan di 64 raccoman- dazioni per intervenire a scala nazio- nale sul tema degli insediamenti umani, segnando la direzione delle politiche per l’habitat nell’ultimo ven- tennio del millennio. Ad esso seguì ad Istanbul – ma solo World Urban Forum di Vancouver a cura di Giovanni Allegretti* La strategia mediatica che ha accom- pagnato lo svolgersi del WUF di Vancouver ha avuto come ‘epicentro comunicativo’ il riferimento ad Habitat, la prima Conferenza delle Nazioni Unite sugli Insediamenti Umani svoltasi proprio Vancouver dal 31 maggio all’11 giugno 1976. La ricorrenza – coincidente con il trenten- nale della creazione della Commission on Human Settlements, rafforzata nel 2002 come ‘United Nations Human Settlements Programme’ (UN-HABI- TAT), sotto il coordinamento dell’Economic and Social Council (ECOSOC), che coordina le 14 agenzie specializzate dell’ONU – è stata cele- brata con un approccio nostalgico al ricordo, sovente autocompiaciuto e autoconsolatorio. L’ha ben rilevato la stampa canadese all’indomani dell’iniziativa internazio- nale “Alumni”, organizzata dal Comune di Vancouver per ripercorrere con i reduci di quell’evento i fasti di un’epoca di ‘diarchia’, dove al Forum dei Capi di Stato dei paesi del sistema ONU si opponeva il ‘Forum alternativo’ organizzato nella spiaggia di Jericho Beach da urbanisti e geografi progres- sisti, trasformatosi poi nella festa degli hippy pacifisti e delle nascenti associa- zioni di vicinato che difendevano i diritti e la qualità dell’abitare grazie all’appoggio a professionisti formatisi sulla scia delle teorie dell’Advocacy Planning nordamericano. A Istanbul, nel 1996, c’erano ancora due Forum, anche se già molti osserva- tori parlavano di un rischio di ‘coopta- zione’ insito nel tentativo delle grandi Il terzo World Urban Forum organizzato dalle Nazioni Unite a Vancouver è stato -come spesso succede agli incontri internazionali- un ambiguo confronto di riti e proteste di governi e movimenti. La rapida urbanizzazione delle megalopoli del sud del mondo allarma, almeno nei documenti, i governi e gli organismi internazionali. Ma più del dato quantitativo, sono i nuovi elementi della crisi urbana a confondere il quadro delle certezze acquisite. I problemi delle città non sono infatti patrimonio in esclusiva delle ‘povere, grandi città del sud; e tanto meno le soluzioni si trovano nei modi di crescita delle ricche città del Nord. Al contrario, queste vedono crescere le rivolte, la povertà, l’insicurezza, l’emergenza abitativa. Ma questo crocevia di questioni pare ignorato dal ricettario corrente, che insiste sulla dubbia competizione tra città, ed elogia un’astratta classe creativa. Mentre almeno dal terzo mondo si potrebbero imparare approcci innovative e politiche più incisive. World Urban Forum di Vancouver