Paul K. Feyerabend, Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza (edizione definitiva), Feltrinelli, Milano 2024, pp. 384, € 30,00 * «Le cose stanno così». «Come fai a saperlo?». Una conversazione del genere, così elementare, evoca uno dei nodi più complessi del pensiero occidentale. Per dirla in breve: il secondo interlocutore sta chiedendo al primo di giustificare il suo asserto; pone in dubbio in sostanza la verità di quanto il primo sostiene; la domanda equivale a chiedere per quale motivo l’asserto in questione dovrebbe essere vero. Chi la pone, si riterrebbe probabilmente soddisfatto, se le cose stessero effettivamente come è stato asserito. Però: come accertare che le cose stanno davvero in quel modo? Nelle lingue indo-europee, e nella variante latina, ciò che noi denotiamo con “verità” deriva da un termine sanscrito che significa “fatto”, “accadimento”; oppure, nella variante germanica, da termini proto-indo-europei che stanno per “albero”, “solido”; infine, nella variante greca, da un termine che sta per “disvelamento”, “eliminazione dell’oscurità”. Accertare la verità, nelle nostre culture, significa pervenire a ciò che dà origine, e giustifica, le nostre credenze particolari. Scoperta e giustificazione sono i processi, o le azioni (strettamente intrecciate) che dovrebbero condurci alla verità, se mai se ne desse qualcuna. Nel corso dei secoli, i criteri accolti per scoprire e giustificare qualcosa (per la vita ordinaria, e per gli specialisti dell’umano sapere) sono andati mutando. Quando le circostanze e gli interrogativi lo suggerivano (per esempio: per il loro carattere ripetitivo), qualcuno ha immaginato che si potessero fissare regole (per le scoperte e le giustificazioni) e stabilire addirittura un metodo: nell’origine greca, quest’ultimo termine equivale a “seguire la via”, denota cioè le regole della ricerca. Agli albori del moderno, quando la scienza ha iniziato ad assumere un ruolo particolare, si è andata consolidando l’idea che il “metodo scientifico” costituisca il modello più alto e maturo di tutte le conoscenze umane. Il problema, comunque, restava: in luogo della domanda: «come fai a saperlo?», gli specialisti si affrontavano ora sulla questione: «cosa è mai il metodo scientifico?»; e ancora: «perché mai dovremmo adottarlo?». Giusto un secolo è passato quest’anno dalla nascita di un vero e proprio “enfant terrible” della filosofia della scienza contemporanea (Paul Karl Feyerabend) e quasi mezzo secolo dal suo capolavoro, che Feltrinelli ripubblica ora, in “edizione definitiva” (Paul K. Feyerabend, Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, Feltrinelli, Milano 2024, pp. 384, € 30,00). Feyerabend era convinto che tutte le conoscenze, anche quelle cosiddette scientifiche, non scaturiscano dall’applicazione di uno o più metodi; e che, anzi, fosse proprio impossibile rinvenire – nella storia intellettuale dei sapiens – la messa a punto, l’applicazione e il perfezionamento di metodi, atti a garantire la verità delle conoscenze acquisite. Di più: anche tracciare un confine, tra ciò che appartiene alla scienza e ciò che non le appartiene (la magia, l’astrologia, la parapsicologia, e altre pratiche analoghe) si rivelerebbe proprio impossibile, a un’analisi approfondita. In particolare, erano bersagli specifici della critica di Feyerabend tre presunti metodi di selezione e di “crescita” delle conoscenze umane. Il primo, riferito tradizionalmente all’opera di Galileo Galilei, è quel “metodo” che prescrive l’applicazione di regole logiche ai dati empirici. Per dirla con Galilei: «Nelle dispute di problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalle autorità di luoghi delle Scritture, ma dalle sensate esperienze e dalle dimostrazioni necessarie» (lettera a Cristina di Lorena, granduchessa di Toscana – 1615). Una volta entrato in crisi questo modello (perché i dati empirici e la logica non sono affatto sufficienti, per formulare teorie), intorno alla metà del secolo scorso di andò affermando l’idea che un criterio di demarcazione dell’ambito scientifico – rispetto a ciò che non appartiene alla scienza – potesse essere la disponibilità al controllo empirico, cioè l’attitudine delle teorie scientifiche ad essere eventualmente “falsificate”. Ma anche questo modello entrò molto presto in crisi, quando si dovette riconoscere che gli specialisti non sono così propensi a rinunciare a teorie consolidate, in presenza di occasionali anomalie, ma cercano semmai di * Pubblicato, con modifiche e titolo redazionali, su il Manifesto – Alias del 7 aprile 2024.