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DOSSIER
ISSN online: 2239-0243 | © 2023 Firenze University Press | http://www.fupress.com/techne
DOI: 10.36253/techne-14630
paolo.tombesi@epfl.ch Paolo Tombesi, https://orcid.org/0000-0001-8817-3931
Faculté de l’environnement naturel, architectural et construit, École Polytechnique Fédérale de Lausanne, Switzerland
TECNOLOGIA COME DISCORSO SUL METODO E
SUL PROGETTO
Se da una parte è inevitabile
porsi delle domande sul ruolo
della tecnologia nella costru-
zione, oggi questo equivale anche ad interrogarsi sul significa-
to della parola stessa, nonché della sfera disciplinare di appar-
tenenza. Nell’accezione anglofona e sassone, da cui deriva mol-
ta manualistica di riferimento, il termine è ancora prevalente-
mente utilizzato, tout court ed ecumenicamente, per descrive-
re l’insieme dei mezzi e metodi della costruzione, ovvero le
tecniche di produzione, assemblaggio e funzionamento dei
componenti dell’organismo edilizio, di solito senza riferimenti
espliciti alle manifatture di provenienza o al loro livello di
avanzamento. Piú in generale, é il cono visivo degli studi sulla
costruzione che sembra attestarsi su questa lettura, privile-
giando la doppia connotazione materiale e immediatamente
strumentale di ‘tecnologia’, indipendentemente dalla scala ap-
plicativa o dal grado di articolazione interno del sistema di la-
voro corrispondente.
Viene da chiedersi, però, se l’identificazione della tecnologia
con insiemi di tecniche per definizione aprioristiche rispet-
to al progetto e tutto sommato autoreferenziali sia funzionale
alle sfide odierne della costruzione nonché ai compiti di coloro
chiamati a gestirla ed indirizzarla. In un contesto come quello
globale attuale, in cui l’attività edilizia é tanto importante dal
punto di vista dello sviluppo socio-economico quanto criti-
ca da quello delle pressioni ambientali indotte, una domanda
sorge infatti spontanea: é possibile rimanere ancorati ad una
visione essenzialmente positivista della tecnologia – risposta
diretta a serie di esigenze produttive scorporate da esiti che
vadano oltre il manufatto edilizio in sé – oppure é necessa-
rio pensare alla possibilità di allargarne i confini concettuali,
che la facciano diventare metodo di analisi e di riflessione più
generali? In questo senso sembra utile soffermarsi sulle sue
due componenti etimologiche – tekne (tecnica) e logos (discor-
so), ponendo però l’accento sulla seconda piuttosto che sulla
prima. In tal modo, tecnologia verrebbe a significare, anche
retoricamente, ‘riflessione sulla tecnica’; il che, in uno scena-
rio produttivamente avanzato, cioé con una molteplicità di
tecniche a disposizione, avvicinerebbe molto la natura di tale
riflessione ad una definizione classica di ‘economia’, piu preci-
samente quella avanzata dall’inglese Lionel Robbins nel 1932
– “la scienza che studia il comportamento umano in quanto
relazione tra fini e mezzi limitati che hanno usi alternativi”
(Robbins, 1932). Una tale sovrapposizione lessicale rendereb-
be perfettamente conto di una possibile, importante missione
della tecnologia in quanto disciplina al giorno d’oggi, e cioè
lo studio per una gestione efficace delle materie utilizzabili
per costruire, non solo dal punto di vista edilizio ma anche
da quello ambientale ed industriale. Di fatto, il considerare la
giustapposizione di tali materie ‘economicamente’, in quanto
risorse, produttrici di beni o portatrici di esternalità, potrebbe
generare valutazioni realmente complesse della produzione a
queste collegata, riguardanti l’oggetto costruito nella sua in-
terezza storica, non solo in quanto fine naturale ma anche in
quanto mezzo (o causa) per l’ottenimento di risultati altret-
tanto decisivi in contesti altri. La questione, a questo punto,
é di metodo: esiste una base epistemologica appropriata per
provare a fare questo? Se si, quali sono le sue unità conoscitive
di base?
Tecnologia in quanto
metodo di analisi
TECHNOLOGY AS
A DISCOURSE ON
METHOD AND ON
DESIGN
Technology as method of analysis
Although it is perhaps inevitable,
prodding the role of technology in
construction today may lead one to
question the very meaning of the term
– technology – as well as the discipli-
nary sphere it belongs to. Within Eng-
lish-speaking and German cultures,
from which many of the reference
literature manuals originate, the word
is still prevalently used, tout court and
ecumenically, to denote the ensemble
of construction means and methods,
i.e. all the techniques employed to
produce, assemble and operate the
components of the building organism.
By-and-large without paying explicit
reference to their supply chains or
their degree of sophistication. More
in general, it is the cone of vision of
construction studies that seems to
favour this view by privileging the
double material and straight-out in-
strumental connotation of technology,
irrespective of its applicative scale or
the internal degree of articulation of
the associated system of production.
However, today it seems appropriate
to ask if the identification of technol-
ogy with sets of techniques by defini-
tion preceding and autonomous from
project design, and self-referential
aſter all, is functional to construc-
tion’s contemporary challenges or the
tasks of those in charge of managing
and steering it. In a context such as
the current global one, where building
activity is as important to socio-eco-
nomic development as it is critical in
terms of the environmental pressures
it induces, a question arises naturally:
is it still possible to remain attached
to an essentially positivist vision of
building technology – inasmuch as di-
rect response to production needs dis-
connected from any outcomes reach-
ing beyond the building artefact per se
– or is it necessary to broaden its con-
ceptual boundaries so as to turn it into
a more general method of analysis and
reflection? To this end, it seems useful
to consider its two etymological com-
ponents – tekne (technique) and logos
(discourse), and place the emphasis on
the latter rather than on the former.
is way, technology would end up
meaning, both literally and rhetori-
cally, ‘reflection on technique’, which,
in an advanced production scenario
– with a plethora of techniques avail-
able – would make the nature of such
reflection come very close to one of
the classic definitions of ‘economics’,
notably that offered by the British Li-
onel Robbins in 1932 – “the science
which studies human behaviour as a
relationship between ends and scarce
means which have alternative uses”
(Robbins, 1932). Such a lexical mix