Minori che migrano soli. Strategie di movimento e progetti di confinamento Francesco Vacchiano Minore a chi? Sono partito dall’Afghanistan quando avevo dieci anni. Mia madre mi ha accompagnato a Quetta dove mi ha lasciato a un uomo che le ha promesso di occuparsi di me. Sono rimasto in Pakistan per molto tempo. Poi da qui sono andato in Iraq. Ero con altri ragazzi. Vivevamo e lavoravamo in una fabbrica, nascosti. Lì se la polizia ti prende ti porta al confine e ti abbandona… Con i soldi guadagnati sono poi andato in Turchia e da qui, sui gommoni, in Grecia. Eravamo in Europa, ma non c’era niente. Nessuno ci aiutava, dormivamo in un giardino… Un giorno, con altri amici, abbiamo pagato un camionista che ci ha nascosti dentro il camion. È stato un viaggio lungo… Siamo arrivati in un posto dove non capivamo nulla, della lingua dico. Ci hanno fatti uscire e ci hanno detto che dovevamo seguire una strada. L’abbiamo fatto ed abbiamo incontrato la polizia, che ci ha detto che eravamo in Austria. Gli abbiamo detto che volevamo andare in Italia e loro ci hanno accompagnati al confine e lasciati andare… (Jamal, 16 anni). Vivevo ad Accra con mio zio… Lui guidava un pulmino e io lo aiutavo con i biglietti. Un giorno mi ha detto di andare a lavare il furgone e io l’ho fatto. Ecco… è successo che ho investito una donna e che tutta la gente mi è venuta addosso e mi voleva uccidere. Sono intervenuti i gendarmi e mi hanno portato in caserma. Mi hanno picchiato fino a farmi sanguinare, poi mi hanno tenuto rinchiuso. Avevano sequestrato il pullman e volevano che mio zio si presentasse, ma lui aveva paura. Un giorno toccava a me pulire il secchio con i nostri escrementi, e mi hanno fatto uscire. Mi sono messo a correre… Mi sono nascosto da un amico e mio zio mi ha pagato un passaggio per il Niger. Da qui sono andato in Libia, ma la situazione era difficile… Un giorno un signore mi vede in strada e mi dice: “vieni a casa mia”. Sono rimasto due anni con lui, a lavorare. Era bravo, mi ha aiutato. Un giorno mi ha detto che dovevo andare via, che la polizia era diventata dura con chi ospitava gli stranieri… Mi ha mandato via, ma mi ha dato i soldi per la barca… (Jones, 17 anni). A casa eravamo poveri. La mia famiglia vive in una baracca, a Sidi Moumen 1 . Tutti i miei amici del quartiere passavano la giornata al porto. Un giorno sono uscito da scuola e ho detto “basta, voglio andarmene anche io”. Passavamo la giornata tra i camion che imbarcavano per l’Europa. Un giorno sono riuscito a entrare in una nave. Eravamo in quattro. Io avevo dei dolci, dei biscotti, dell’acqua. Un ragazzo non aveva portato nulla e abbiamo diviso le cose con lui. Ma poi, quando l’acqua è finita, dovevamo bere. Lui è uscito a cercare acqua e l’hanno preso. Allora hanno iniziato a cercare. Ci hanno trattati bene, erano fratelli. Poi però a Marsiglia la polizia ci ha detto che non potevamo scendere dalla nave, e ci hanno rimandati indietro. Sono riuscito a partire un’altra volta, ma di nuovo mi hanno rimandato indietro… La terza volta un ragazzo voleva di nuovo uscire… io gli ho detto “se esci ti spacco la faccia!”. Siamo arrivati e abbiamo aspettato la notte. Sono uscito correndo e questa volta non mi hanno preso… (Khalid, 16 anni). Jamal, Jones e Khalid rappresentano tre casi emblematici – e evidentemente non esaustivi – della nuova e importante presenza di minori nel panorama delle mobilità umane. Alcuni autori hanno fatto riferimento a un “nuovo soggetto migratorio”, rappresentato da bambini e adolescenti che, per varie ragioni, diventano attori di un progetto individuale di migrazione indipendente (Suárez Navaz 2006; Suárez-Navaz e Jiménez Alvarez 2011; Jiménez e Vacchiano 2011). Riconoscere Pubblicato in Saquella S. e Volpicelli S., Migrazione e Sviluppo: una nuova relazione?, Roma, Nuova Cultura. 1 Comune della periferia nord di Casablanca, sede di alcune delle storiche baraccopoli della città, ora in fase di bonifica.