618 CERAMICHE DA CUCINA DAL BUTTO TARDO MEDIEVALE DEL CASTELLO NUOVO DI SCIACCA (AG) di Valentina Caminneci, Maria Serena Rizzo 1. Lo scavo Gli scavi archeologici condotti dalla Soprintendenza di Agrigento nel 2008 presso il Castello Nuovo di Sciacca hanno permesso di indagare un’area esterna lungo il lato sudorientale utilizzata come butto, individuata grazie alla presenza di fram- menti visibili nella sezione sul ciglio della strada moderna. Il Castello, eretto nel 1380 come propria residenza da Guglielmo Peralta, divenuto uno dei quattro Vicari a ianco della regina Maria, passò nei primi anni del XV secolo, agli eredi, i Conti Luna, che lo detennero ino al 1529, quando fu acquisito al demanio regio da Carlo V, in collera contro la condotta violenta di Sigismondo Luna, ultimo signore del maniero. Il saggio III ha messo in luce una fossa, scavata nella roccia calcarea, la cui isionomia ed estensione sono state alterate dal taglio della strada moderna, che conteneva una notevole quantità di carbone e di ossa animali insieme a numerosi frammenti di ceramica, di vetro e oggetti in metallo. Sembra abbastanza probabile che lo scarico, un’unica unità stratigraica formatasi attraverso più gettate sigillate da cenere e carbone, sia l’esito di un’operazione di sgombero o di ripulitura avvenuta nel corso del ’500, forse al tempo dell’acquisizione al demanio, che segna anche l’inizio della decadenza della struttura. La ceramica è infatti riferibile ad un arco cronologico compreso tra la ine del XIV e gli inizi del XVI secolo, come pure le monete, sebbene siano maggiormente rappresentate le emissioni di Alfonso e di Giovanni (Parello 2009). Anche lo stato di conservazione assai frammentario dei reperti induce a pensare ad un deposito in giacitura secondaria. 2. Fonti storiche sulla produzione ceramica a Sciacca Le fonti di archivio, che documentano l’esistenza a Sciacca di un artigianato specializzato nella produzione di ceramica già nel XIII secolo quando vigeva una dohana celamidae, citano più volte gli stazzoni con il forno semisotterraneo, la vasca per la stagionatura della creta, un ambiente fresco per la lavorazione con i piedi e il tornio. La persistenza del toponimo Stazzone nell’area nei pressi di Porta Bagni testimonia la sopravvivenza nella memoria del quartiere dei ceramisti, indicato nei docu- menti come «ruga igulorum», le cui propaggini arrivavano in quasi sotto il Castello. Ancora secondo le fonti, i maestri iguli saccensi, riuniti in Corporazione, durante la festa dei Cilii, risalente ai tempi di Guglielmo Peralta, portavano in processione la Madonna Bambina e obbedivano a speciici Statuti, riconosciuti da Alfonso V nel 1436. Nel 1498 essi rivendicheranno con ierezza il privilegio vicereale di vendere i vasi nelle loro botteghe durante il periodo della iera, contro i giurati della città che volevano costringerli «ad faciendum nundinas vulgariter». Le Consuetudines saccensi documenta- no l’esistenza di regole precise che normavano la fattura dei vasi quanto alle misure di capacità, sottoposte al vaglio dei Catapani, che dovevano vigilare sulla produzione di lancelle, quartare,‘nziri e tegole. Un compito simile aveva il baiulo che controllava la misura di tegole e mattoni (celamidae) e delle quartare (16 quartucci, cioè 12 litri). Dalle fonti emerge poi la mobilità di questi artigiani presenti anche in altre città come il celamidaro Castrus de Xaca igulus civis Panormi che nel 1401 fornisce all’architetto Matteo Carnalivari, mattoni e tegole per il restauro del Castello di Misilmeri. Ceramica di Sciacca è citata più volte negli inventari degli aromatari palermitani (Caminneci 2009, ivi bibliograia). 3. La ceramica da cucina: inquadramento generale e tipologia Accanto alla produzione di invetriata piombifera da mensa, già oggetto di un contributo negli atti del precedente con- vegno (Caminneci, Rizzo, Parello 2009), dal butto è stata recuperata una notevole quantità di ceramica da mensa e da dispensa acroma (circa il 50% del totale dei reperti ceramici), ancora in corso di studio, insieme a frammenti di vasellame da fuoco, grezzo o rivestito. La percentuale piuttosto ridotta di ceramica ad impasto refrattario (meno del 10% del totale) può essere dovuta all’utilizzo di stoviglie in metallo per la cot- tura dei cibi: alla morte di Antonio Luna, nell’inventario dei beni ereditati da Carlo presenti al Castello, igurano pentole di rame di diversa grandezza (Russo 2011, p. 44). Anche il numero modesto di frammenti di coperchi documentati induce ad ipotizzare l’uso contestuale di coperchi in legno. L’elevato grado di frammentazione non consente di fornire una classii- cazione tipologica esaustiva. Gli spessori relativamente ridotti (0,2/0,5 cm all’orlo), gli impasti non grossolani e i consistenti ed uniformi rivestimenti vetrosi, indicano una produzione piuttosto accurata, a tornio veloce e che prevedeva certamente una cottura del vasellame in due tempi. La vetrina, più o meno spessa, ma sempre uniformemente stesa all’interno, è incolore, ovvero gialla o verde più o meno brillante, o marrone. In al- cuni casi rimangono sgocciolature all’esterno, specie sull’orlo, spesso devetriicate. Le forme riconosciute, l’olla, il tegame, il catino-coperchio e la ciotola sono attestate in una serie di varianti tipologiche. a) Olla Le olle sono presenti in più varianti tipologiche e con diverse dimensioni. Il tipo tav. 1.1, 3, 9 presenta un orlo a fascia a proilo retto o bombato con solchi sotto il labbro all’esterno, a volte spiovente verso l’interno, una o più anse a nastro verticali, più o meno larghe, applicate alla giuntura tra l’orlo e la vasca ovoidale. Non presenta rivestimento. Sono documentate l’olla, nuda, con orlo articolato, vasca globulare ed ansa a bastoncello (tav. 1.4, 6-7) e un’altra, rivestita, con anse a bastoncello schiac- ciate sotto l’orlo (tav. 1.5). I fondi, di cui rimangono frammenti, erano sia piani che bombati. Un altro tipo, invece, con o senza invetriatura, presenta l’orlo svasato (tav. 1.10-13). b) Tegame Sono attestati due tipi, entrambi invetriati all’interno, di cui uno, con due varianti simili, a vasca bassa e larga ed orlo ricurvo con piccola ansa a bastoncello apicata (tav. 2.1-2) e l’altro a vasca svasata e orlo a fascia scanalata e labbro piatto, con anse a bastoncello (tav. 2.3). I confronti indicano che il fondo dei tegami è piano. c) Ciotola Solo pochi frammenti sono riconducibili ad un tipo di ciotola, invetriata, a vasca carenata, dall’orlo ingrossato e talora decorata all’esterno con solcature, di diversa dimensione, probabilmente utilizzata anche come coperchio, ovvero come porta-spezie (tav. 2.4-5). d) Catino-coperchio I tipi riconosciuti, invetriati, con a vasca a proilo troncoconico, presentano l’orlo indistinto o con labbro spiovente, ovvero a breve tesa (tav. 2.6-9). e) Boccale Solo due frammenti potrebbero essere ricondotti ad una for- ma chiusa, forse un boccale, con orlo a fascia e piatta ansa a nastro sormontante, di cui non è possibile ricostruire la forma per intero. f) Pedine da gioco Alcuni frammenti di ceramica da fuoco si presentano “ritaglia- ti” in forma circolare (tav. 2.10). L’uso di frammenti ceramici