1 DEDALUS 2006, in corso di stampa. La consonanza Intenzionale: Una prospettiva neurofisiologica sull’intersoggettività e sulle sue alterazioni nell’autismo infantile. Vittorio Gallese Dipartimento di Neuroscienze Università di Parma Sinossi Una forma diretta di comprensione esperienziale degli altri, la "consonanza intenzionale", è realizzata modellando il comportamento altrui come relazione intenzionale. Questa conoscenza diretta dell’intenzionalità altrui è promossa dall'attivazione di sistemi neurali condivisi – i sistemi dei neuroni- specchio – il cui funzionamento è alla base sia di ciò che gli altri fanno o sentono che di ciò che noi facciamo e sentiamo. Il meccanismo che consente la modellazione del proprio e dell’altrui comportamento è la simulazione incarnata (“embodied simulation”). Nell'osservatore, in parallelo con la distaccata descrizione sensoriale oggettiva degli stimoli sociali esperiti, si attivano anche le rappresentazioni interne degli stati corporei associati alle azioni, emozioni, o sensazioni altrui. L’attivazione di queste rappresentazioni interne genera l’esperienza in prima persona di quelle stesse azioni, emozioni, o sensazioni. I sistemi dei neuroni- specchio sono il correlato neurofisiologico di questo meccanismo di simulazione. Attraverso uno stato neurale condiviso da due corpi estranei, l’ “altro oggetto” diventa “un altro sè”. Si propone che un’alterata consonanza intenzionale, causata da un deficit a più livelli dei meccanismi di simulazione promossi dai sistemi dei neuroni-specchio, sia all’origine di molti dei problemi sociali tipici degli individui affetti da autismo. Introduzione Nelle specie dei primati la relazione tra la complessità sociale e l'intelligenza sociale (social cognition) è un fatto ben consolidato. Humphrey [1] originalmente suggerì che l'intelligenza dei primati sia evoluta primariamente per risolvere problemi sociali. Questa ipotesi è sostenuta da dati empirici. Molti studi hanno infatti rivelato la capacità unica dei primati non-umani di comprendere la qualità delle relazioni all'interno del proprio gruppo sociale, non solo in termini di ristretto gruppo famigliare, ma anche in termini di coalizioni, amicizie ed alleanze. La capacità di vedere i comportamenti di membri della propria specie come determinati da uno scopo offre considerevoli benefici agli individui, poiché li mette in grado di predire le azioni altrui. Il vantaggio di una simile abilità cognitiva permetterebbe agli individui di influenzare e manipolare il comportamento di individui della propria specie (si veda l'ipotesi dell’Intelligenza Machiavellica [2]), o di realizzare meglio la cooperazione sociale all'interno di un gruppo. Come indicato da Tomasello e Call [3], i primati possono categorizzare e comprendere le relazioni sociali di terzi. L'evoluzione di questo tratto cognitivo sembra essere riferita alla necessità di rapportarsi alle complessità sociali sorte quando gli individui di un gruppo dovevano competere per risorse scarse e distribuite disomogeneamente. Dunbar [4] ha avanzato l’ipotesi di una relazione tra la dimensione dei gruppi sociali dei primati e il grado di espansione della neocorteccia. L'aumento della complessità del gruppo sociale ha quindi verosimilmente esercitato una forte pressione sullo sviluppo di abilità cognitive sociali più sofisticate. Il problema dell’intenzionalità nei primati fu sollevato quasi simultaneamente ed in modo indipendente da Humphrey [5, 6], e Premack e Woodruff [7]. L’ ipotesi tradizionale nelle scienze cognitive sostiene che gli esseri umani sono capaci di comprendere il comportamento altrui in rapporto ai loro stati mentali sfruttando ciò che è designato comunemente come "Psicologia del Senso Comune" (Folk Psychology). La capacità di attribuire stati mentali –intenzioni, credenze e desideri – agli altri è stata definita teoria della mente (Tom, [7]). Gli attributi della "Psicologia del Senso Comune" sono stati così identificati fondamentalmente con la nozione di Teoria di Mente [8]. Una tendenza comune a proposito di questo problema è stata quella di enfatizzare che i primati non umani, scimmie incluse, non utilizzino il mentalismo per comprendere il comportamento degli altri [9, 10]. Secondo questa prospettiva, l’intelligenza sociale diviene quasi sinonimo di abilità di lettura della mente altrui (mind-reading). La spiegazione dicotomica dell’ intelligenza sociale dei primati basata su una acuta discontinuità evolutiva tra specie di lettori del comportamento (primati non-umani) e specie di lettori della mente (uomini) appare tuttavia semplicista. Come recentemente indicato da Barrett e Henzi [11, p. 1866], questo approccio tradizionale è "… fortemente orientato verso un particolare modello di intelligenza sociale che si concentra solamente su rappresentazioni mentali interne, mentre recenti studi nelle scienze cognitive e neurobiologiche sostengono un approccio più distribuito e incarnato."