277 IL DONO DELLA VITE DA PARTE DI DIONISO, ANCHE AGLI ETRUSCHI È merito di E. Sereni avere valorizzato nelle sue complesse stratificazioni storiche la tradizione italica della coltivazione della vite, con la pianta allevata alta e maritata ad un albero (SERENI 1993, pp. 40-43). Lo studioso connette l’introduzione della vite maritata al paesaggio organizzato in età arcaica dal «sinecismo etrusco» nell’area padana e nella pianura campana: funzionale a terreni «freschi e grassi», la pianta diviene un elemento integrante del paesaggio di queste regioni in una dinamica di lungo periodo che, attraverso un continuo processo di adattamento e evoluzione, resiste fino alle soglie dell’Italia contemporanea. Emilio Sereni, inoltre, sottolinea la differenza che sussiste rispetto alla tecnica della coltura della vite nel mondo greco dove le diverse condizioni climatiche favoriscono lo sviluppo di una pianta potata corta e legata a un sostegno morto: questo tipo di coltivazione sarebbe trasmesso in Italia attraverso la mediazione delle colonie della Magna Grecia e della polis focea di Marsiglia (Massalia). Occorre sottolineare come questa articolazione sia ancora valida nelle sue linee essenziali, fondandosi sull’assunto metodologicamente essenziale dello sviluppo del paesaggio agrario come prodotto storico di un’incessante trasformazione del paesaggio naturale, legata alle concrete dinamiche delle condizioni e delle forze produttive. Al tempo stesso, l’istituzione di un’opposizione troppo rigida tra mondo etrusco e mondo greco non fornisce una chiave di lettura realmente soddisfacente per interpretare la complessità di una documentazione archeologica che rifugge da ogni possibilità di semplificazione etnica 1 : in questo senso, un apporto determinante può venire dalla tradizione iconografica antica, greca ed etrusca, secondo un metodo dallo stesso Sereni utilizzato in forma innovatrice come insostituibile strumento di interpretazione storica. 1. L’immagine della vite nella ceramica attica 1.1 SULLE VARIETÀ DELLA VITE L’immagine della vite suscita uno specifico interesse nei pittori a figure nere che ne riproducono molteplici versioni iconografiche, su cui si è recentemente soffermata L. Chazalon (CHAZALON 1995, in part. pp. 109-111 e fig. 1 per le diverse versioni iconografiche della vite). La studiosa ha opportunamente sottolineato come ad esse non possa attribuirsi il rigore di illustrazioni botaniche – la vite essendo soprattutto denotata dalla marca del grappolo: tuttavia, c’è da chiedersi se dietro alla varietà delle soluzioni adottate non possano celarsi pertinenze significative specifiche e non solo una logica meramente decorativa. Si può riconoscere la coesistenza di due tipi diversi di rappresentazione della vite. Nella versione più diffusa la pianta presenta due ceppi elicoidali rampicanti, avvitati in coppia, che si alzano senza sostegno: da essi si dipartono i tralci che si sviluppano sull’intero campo decorativo 2 . 1 Per un quadro aggiornato delle tecniche di coltivazione della vite in Grecia, cfr. AMOURETTI 1992; BRUN 2003, pp. 25-48. 2 L’iconografia trapassa anche nella prima produzione a figure rosse: cfr., ad es., la kylix Ostwestfalen, D.J., 200907 (ARV 104, 5); l’anfora bilingue München 2300: ARV² 1618, 11; LIMC, s.v. Dionysos, 295 (Pittore di Monaco 1410); la kylix Tarquinia, Museo Arch. Naz. RC 5291: ARV² 405, 1; HEDREEN 1992, pl. 8 (Pittore della Fonderia).