17 Introduzione Sul finire dell’Ottocento Milano si propone, oltre che come capitale “economica e morale” d’Italia anche come “capitale sanitaria” (1) . In realtà la tradi- zione sanitaria lombarda e milanese, già sul finire del Settecento, ancora sotto il dominio austriaco, era stata antesignana di una vocazione alla tutela sanitaria che attraverso l’attuazione di un organico sistema di “polizia medica” – come aveva ipotizza- to il clinico pavese Peter Frank (1745-1821) – vede- va, mediante il potere del sovrano illuminato, rea- lizzarsi una salute individuale e sociale che andava “dalla cuna all’urna”, cioè dal momento della nasci- ta a quello della morte. S’era poi arricchita durante il dominio napoleonico del primo Ottocento dell’e- sperienza di una sanità pubblica ideologicamente fondata e organizzativamente ben articolata. In questo contesto lo studio della realtà esistente all’interno delle strutture ospedaliere milanesi nel- l’arco degli ultimi due secoli rappresenta qualcosa di più di una semplice indagine locale, configuran- do un modello più generale di lettura della realtà sanitaria nazionale (e in parte internazionale). La visione dei regolamenti ospedalieri, la raccolta di testimonianze individuali e la lettura di alcune fonti letterarie coeve (autobiografie, diari, racconti e romanzi) consente di delineare i modelli prevalenti della relazione tra medico e paziente nelle strutture ospedaliere di Milano, permettendone un’analisi storica e una lettura antropologica. 1. La medicina clinica L’Ospedale Maggiore di Milano si configura sin dalla metà dell’Ottocento come l’istituzione princi- pale (anche se non unica) che aspira ad essere “la culla della clinica in Italia” (2) . Quella stessa medici- na clinica nata alcuni decenni prima in Francia che trasformava l’antica arte medica in medicina “osservativa e descrittiva”, per consentire, con l’in- dagine del caso clinico esaminato al letto del mala- to, l’elaborazione analitica dei dati clinici in quella scienza dei grandi numeri (statistica) che avrebbe permesso a sua volta di fondare una nuova tipologia delle malattie (nosografia). La nuova medicina clinica consente una più sicura e agile diagnosi, basata sull’analisi dei segni (semio- logia). La medicina inizia anche il suo processo di specializzazione: accanto al medico generale nasce il medico che si occupa solo di certe categorie di malati (come il pediatra e il ginecologo), di deter- minati apparati (come l’endocrinologo e l’ortopedi- co), di interi sistemi (come il neurologo), di partico- lari organi (come il cardiologo). Accanto agli ospedali generali, tra fine Ottocento e inizio Novecento, vengono fondati anche ospedali “specializzati” in relazione ai vari saperi medici: l’ospedale per le malattie dei bambini, la clinica per le malattie del lavoro, l’istituto per la cura dei rachi- tici e quello per le malattie delle donne e, nel borgo milanese di Vialba, l’ospedale per la “cura del sole”, uno dei pochi rimedi efficaci contro la temi- bile tubercolosi (3) . Quale il rapporto medico paziente dentro queste istituzioni? L’ideologia medica del tempo vede la malattia come un disturbo naturale del corpo: la sede e la causa della malattia sono nella “lesione anatomopatologica” che Gian Battista Morgagni (1682-1771) ha posto negli organi, che Francois Xavier Bichat (1771-1802) ha spostato nei tessuti e che Rudolph Virchow (1821-1902) ha definitiva- mente identificato nelle cellule. Occorre osservare, descrivere, classificare, diagnosticare il “caso clini- co”. Questo modello conoscitivo della medicina propone una pratica professionale caratterizzata da Il cambiamento del rapporto medico-paziente negli ospedali: il modello milanese Un’analisi tra storia sanitaria e antropologia medica * VITTORIO A. SIRONI *Relazione presentata al workshop Per un’antropologia medica in ospedale, Firenze, 2 aprile 2005