Lo sviluppo di un dibattito fenomenologico Idealismo e realismo nel pensiero di Edith Stein Francesco Valerio Tommasi Università degli Studi di Roma «La Sapienza» Con la pubblicazione, nel 1913, del primo volume delle Idee per una fenomenologia pura e una filosofia fenomenologica, Edmund Husserl parve introdurre un mutamento radicale nell’impostazione del suo pensiero. Tale almeno fu la sensazione dei suoi discepoli di Gottinga che, cresciuti con il metodo introdotto nelle Ricerche logiche, non si riconobbero più nel nuovo indirizzo trascendentale. Il “tornare alle cose stesse”, che era divenuto motto di una filosofia rivolta ai fenomeni e convinta di poterne scoprire l’essenza, in contrapposizione a quelle che Husserl considerava invece le astrattezze del positivismo e del kantismo, sembrava allora tradito dal ricorso alla riduzione trascendentale, che appariva quale una deriva idealistica e dunque irrispettosa della realtà. A partire da Max Scheler, che in parallelo con il fondatore della fenomenologia portava avanti il nuovo corso di pensiero, molti giovani discepoli husserliani (tra i quali, per la radicalità delle critiche, spiccarono Conrad-Martius, Ingarden e von Hildebrand) contestarono l’impostazione trascendentale e rimasero fedeli ad un modello realista. Ai nomi di coloro che non accettarono l’indirizzo proposto da Husserl nelle Idee viene di solito associato, nelle descrizioni manualistiche della scuola fenomenologica, quello di Edith Stein, la quale ebbe invece una posizione diversa ed originale, capace di cogliere gli elementi di verità presenti in quelle che ormai si proponevano quali opposte scuole di pensiero, e soprattutto di rendersi conto sino in fondo della complessità della questione. Anzitutto, infatti, è la polivocità dei termini realismo e idealismo a rendere difficile il problema. Ad una prima approssimazione si può notare come essi possano riferirsi all’esistenza degli enti del mondo o alla loro essenza (e dunque, in certo modo, al loro senso). Se allora nel primo caso si tratta della questione della scoperta degli enti da parte della coscienza o della sua creazione di essi, nel secondo il problema è, in senso più stretto, quello cosiddetto della costituzione. Con tale termine si indica il processo per cui, seppure nella loro fattività gli oggetti sono presenti di contro al soggetto, essi necessitano in qualche misura di essere formati nel loro senso dalle strutture razionali dell’io (si tratta dunque dell’impostazione kantiana delle categorie quali leges mentis anzichè leges entis). Essendo possibili naturalmente sfumature e posizioni intermedie a riguardo di tali questioni, il pensiero husserliano è risultato di difficile interpretazione, presentandosi in modo diverso e con articolazioni complesse lungo tutto il corso del suo sviluppo, senza giungere mai, probabilmente, a una chiarezza definitiva. E se le stesse Ricerche logiche, che avevano suscitato l’entusiasmo degli allievi di Gottinga, non presentano secondo alcuni una impostazione che sarebbe definibile realista, lo studio del lavoro husserliano tra il 1900 (anno di pubblicazione di questo testo) e il 1913, permette di cogliere appieno il senso del passaggio alla posizione trascendentale, che non appare