1 Estratto da “Rassegna di Architettura e Urbanistica”, Delle tecniche di finitura superficiale, 103/104, gennaio-agosto 2001, pp. 104-114. L’indoratura N.Marconi “Fu veramente bellissimo segreto ed investigazione sofisticata il trovar modo che l’oro si battesse in fogli sì sottilmente […], ma non fu punto meno ingegnosa cosa il trovar modo a poterlo talmente distendere sopra il gesso, che il legno od altro accostovi sotto, paresse tutto una massa d’oro” 1 . Il rivestimento in oro di opere in stucco, metallo e legno si afferma fin dall’antichità come preziosa e raffinata tecnica di finitura superficiale, in virtù anche della duttilità e malleabilità di questo materiale e della sua buona resistenza all’attacco di alcoli e acidi ordinari 2 . La tecnica dell’indoratura, di origine mediterranea e orientale, è messa a punto in età bizantina e paleocristiana; essa giunge immutata al XVII secolo, invadendo sfarzosamente ornati e membrature architettoniche. Tra Barocco e Rococò, trovano fortuna anche le tecniche di incrostazione e intarsio, realizzate con l’applicazione a freddo di lamine d’oro su supporti di metallo meno pregiato, scolpito a cesello e scalpello. Alla fine del XVIII secolo, con l’avvento dell’industrializzazione, si diffonde l’uso del placché, l’applicazione a caldo di lamine d’oro e d’argento su spesse lastre di rame e ottone, stampate e saldate. Il placché è rapidamente sostituito dai processi di doratura galvanica per elettrolisi, sperimentati nel corso dell’Ottocento, ottenuti con un procedimento chimico a immersione che consente di ricoprire con una patina d’oro o d’argento lastre e oggetti metallici 3 . La doratura può essere eseguita su vari supporti con modalità e procedimenti differenti. L’oro zecchino, a 24 carati, viene lavorato a martello dal “battiloro”, fino a ottenere lamine che raggiungono spessori di un decimillesimo di millimetro 4 . La battitura, eseguita con due 1 G.Vasari, Le tecniche artistiche, a cura di G.Baldwin Brown, Vicenza 1996, pp.231-233. 2 Sull’argomento si vedano Le tecniche artistiche, a cura di C. Maltese, Milano 1973 e L. Branzani, Le tecniche, la conservazioni e il restauro delle pitture murali, Città di Castello 1935. 3 Le tecniche artistiche, cit., p.198. 4 “Quell'artefice, che riduce tanto l'oro che l'argento in foglia, chiamasi Battiloro, e quell'altro il quale se ne serve per dorare e inargentare, chiamasi Mettidoro” (cfr. in F.Baldinucci, Vocabolario toscano dell'arte del disegno, ad vocem oro in foglia, Firenze 1681 p. 115). L’artigiano addetto alla lavorazione di lamine, foglie o filamenti d’oro, assume denominazioni diverse: lavori eseguiti da “battiloro”, “tiraloro”, “filaloro” sono documentati fino a tutto il XIX secolo. Il “mettiloro” o spadaro, è invece colui che applica le lamine sugli oggetti da indorare.