Un dì all’azzurro spazio di Michele Girardi* I. Andrea Chénier di Umberto Giordano fu rappresentato alla Scala di Milano il 28 marzo 1896. Il librettista era Luigi Illica, fresco reduce da La bohème (data meno di due mesi prima a Torino), che segna la nascita del sodalizio con Giuseppe Giacosa: insieme avrebbero prodotto i tre migliori libretti di cui dispose Puccini. Quando lavorava da solo, tuttavia, Illica era altra persona: al gusto per il dramma storico, dettato da una ‘coscienza sociale’ perlomeno ambigua, univa un’autentica passione per l’effettaccio e il bozzettismo. Giordano, dal canto suo, sarebbe divenuto uno dei massimi portabandiera del Verismo italiano, anche se reduce da un successo appena tiepido (Regina Diaz, rappresentata a Napoli nel 1894). Per il musicista, segnalatosi al concorso Sonzogno nello stesso anno di Cavalleria Rusticana (1890), Andrea Chénier era l’ultima occasione per cogliere la celebrità appena intravista nel 1892 con Malavita. E ci riuscì ben al di là delle sue stesse aspettative, tanto che la popolarità del lavoro è tuttora indiscussa. È sempre difficile scrivere ‘criticamente’ di un’opera così amata, ma credo che la sua valutazione debba partire dall’Improvviso, il primo assolo del poeta, che è particolarmente riuscito sotto il profilo emotivo, ed essenziale per cogliere la vicenda, più di altri brani simili, dove il pubblico fa la conoscenza del protagonista. Quando è stato esposto il conflitto di base, quasi alla fine del primo quadro, Chénier prende la parola con veemenza, provocato dalla giovane nobildonna Maddalena de Coigny. Riepiloghiamo la situazione: dopo la presa della Bastiglia, nel luglio, siamo in piena Rivoluzione francese, «sul finire di una giornata dell’inverno del 1789», precisa Illica nel libretto originale (le didascalie, lunghissime al suo solito, furono sfoltite dal compositore, come capitava spesso allo scrittore arquatese). Una classe nobiliare oramai in seria difficoltà (molti hanno già lasciato la Francia, o stanno per farlo) danza minuetti e gavotte nel Castello dei Coigny, mentre un abatino (il diritto ecclesiastico alla decima era appena stato abolito) pontifica sdegnosetto sulla nascita del cosiddetto «terzo stato». Gli ideali rivoluzionari sono rappresentati dal servo Carlo Gérard, che scaglia, in un breve assolo, la sua maledizione ai padroni («È giunta l’ora della Morte!»). Illica conosceva bene, dall’esperienza dei minuetti nel second’atto di Manon Lescaut (1893), i vantaggi di creare un colore locale storico: uno spruzzo di danze leziose, le ‘maniere’ esangui dell’alta società – segno di corruzione –, e qualcuno che non le sopporti erano sempre soluzioni sicure nel teatro fin-de-siècle.