1 Sulle origini dell’oggetività Annalisa Coliva Unviersità di Modena e Reggio Emilia & COGITO Atteso da lungo tempo, Origins of Objectivity (Oxford University Press, 2010) è il primo, imponente lavoro monografico di Tyler Burge. Si tratta di un contributo inestimabile alla filosofia della percezione e alla teoria del riferimento, che non mancherà di ispirare innumerevoli dibattiti negli anni a venire. Ricco di profonde discussioni filosofiche, il volume contiene anche una messe di dati empirici dettagliatamente riportati, che spaziano dalla teoria della visione alla psicologia sperimentale, all’etologia e alla biologia. Rendere giustizia a una simile opera nello spazio consentitomi è compito arduo. Procederò riassumendone la struttura, le assunzioni metodologiche di base e i contenuti, per poi offrire una valutazione critica di alcuni aspetti. Obiettivi e assunzioni metodologiche Scopo di Burge è rispondere a quesiti costitutivi riguardo alle origini della rappresentazione oggettiva del mondo che circonda un organismo percipiente. Benché le sue tesi centrali siano, a suo parere, giustificate a priori, Burge non si limita a un’indagine puramente concettuale. Al contrario, il suo è un tentativo di “comprendere i fatti più profondi e necessari che riguardano quei generi o ‘pezzi di mondo’ che stanno a fondamento della spiegazione” (xvi). Detto altrimenti, Burge mira a individuare le condizioni che rendono qualcosa ciò che è e che consentono di spiegarne la natura o essenza (5, 57-59, 62-67, 534-7). Una domanda costitutiva sulla rappresentazione oggettiva del mondo fisico che circonda un soggetto percipiente ha come oggetto ciò che si richiede a un organismo al fine di ottenere “una rappresentazione empirica accurata di un oggetto macro-fisico ordinario” (59) tale che certi attributi fisici siano accuratamente indicati e ascritti “in modo che ne consegua la (loro) fisicità” (ibid.). Due sono i presupposti dell’indagine di Burge. Il primo consiste in una concezione della mente decisamente anti-individualista. Il secondo coincide con l’impiego di una metodologia di stampo empirico. Burge rifiuta pertanto il riduzionismo e si rivolge alle migliori e più mature teorie scientifiche, in particolare della percezione. Lo scopo è quello di esplorare, anzitutto, le categorie concettuali di cui fanno uso e, in secondo luogo, i dati empirici forniti rispetto al problema dell’individuazione del punto di origine della rappresentazione oggettiva, a livello ontogenetico e filogenetico. Ne risulta l’idea per cui, secondo Burge, la rappresentazione è un genere mentale irriducibile e non eliminabile, che si distingue per il possesso di condizioni di veridicità (9). Le rappresentazioni, per loro stessa natura, possiedono cioè condizioni di correttezza e scorrettezza. Perciò, non sono né riducibili ad altri stati mentali privi di condizioni di veridicità, come gli stati sensoriali (ibid.), né sono eliminabili a favore di stati non psicologici, quali meri processi causalmente affidabili o riconducibili alla teoria dell’informazione, e nemmeno a co-variazioni teleologiche (ibid.). Le rappresentazioni sono un genere psicologico robusto che, tra l’altro, è comunemente usato nella spiegazione scientifica (292-308). Tale genere psicologico è istanziato nella percezione, nel pensiero e nel linguaggio. Tuttavia, sostiene Burge, è nella percezione che esso fa la sua prima comparsa, come rivela uno studio approfondito della psicologia della percezione. Da tale disciplina apprendiamo inoltre che la percezione accomuna gli esseri umani adulti, gli infanti e un gran numero di creature animali. La ragione per cui la percezione è così diffusa, afferma Burge, è che non richiede da parte dell’individuo una rappresentazione delle condizioni che rendono possibile la rappresentazione percettiva stessa (11). La parte propositiva del libro è dedicata al tentativo di comprendere a quali condizioni un organismo arrivi ad avere uno stato percettivo. Di tali condizioni parleremo a breve; nel frattempo, vale la pena sottolineare che esse coinvolgono configurazioni di rapporti causali tra l’organismo percipiente e l’ambiente circostante, che aiutano a determinare la natura specifica degli stati percettivi. Tali relazioni causali non sono a loro volta rappresentazionali (61-2).