12/05/10 16:56 Stile e verità. Una prospettiva riegliana Pagina 1 di 10 http://www.engramma.it/Joomla/index.php/ok-64/74-ok-64/187-stile-e-verita-una-prospettiva-riegliana Andrea Pinotti Stile e verità. Una prospettiva riegliana* Una rivoluzione copernicana La questione della verità in pittura, e più in generale nelle arti visive, si è spesso accompagnata – tanto sul piano della filosofia, quanto su quello della storiografia artistica, ma anche a livello del senso comune – alla riflessione intorno al concetto di stile. Vero, o almeno verosimile, è quello stile che rende fedelmente in immagine la cosa, che la imita veridicamente secondo una adaequatio imaginis ad rem. Così, già a partire da Platone e dalla distinzione, operata nel Sofista, tra una mimesi icastica (che rispetta le misure e le proporzioni dell’oggetto che imita, fedele al suo èikon) e una mimesi fantastica (che per contro deforma l’oggetto in modo più o meno arbitrario, traducendolo in un èidolon), si viene istituendo una tradizione di pensiero che concepisce lo stile come una modalità della figurazione che si pone di fronte a una realtà già di per sé costituita in modo ontologicamente autonomo (la natura), e che in questo porsi di fronte può optare per una resa mimeticamente fedele, adeguata appunto all’oggetto, piuttosto che per una resa infedele e inadeguata. A seconda delle poetiche, questa resa, questa restituzione del reale con l’adaequatio più o meno riuscita che la sottende, verrà poi giudicata positivamente (“quest’immagine sembra vera”, cioè viene valutata come tanto più riuscita quanto più oblitera il proprio carattere di immagine, sostituendosi alla cosa di cui è immagine) piuttosto che negativamente (“quest’immagine è una mera copia”, cioè viene valutata spregiativamente come semplicemente e anonimamente riproduttiva, priva dunque di quell’elemento di elaborazione personale magari geniale, di quella 'mano' che trasforma la natura in una immagine artistica propriamente detta). Questa polarizzazione fra stili fedeli e stili infedeli alla natura, che rendono in immagine, si radicalizza con la comparsa dell’arte cosiddetta astratta, non figurativa, gegenstandslos, priva cioè di un oggetto che l’osservatore possa riconoscere. Si potrebbe pensare all’astrattismo come a una sorta di esacerbata e parossistica inadaequatio: il disinteresse per la resa fedele dell’oggetto viene spinto a tal punto da poter fare a meno dell’oggetto stesso.Da quel punto il discrimine diviene quello che divide un’arte che si riferisce a una realtà esterna ad essa, trascendente, restituendola in modo più o meno adeguato, e un’arte che si riferisce invece solo a se stessa, ai propri mezzi (linee, colori, volumi), in piena immanenza, prescindendo da ogni possibilità di comparazione fra l’immagine e un oggetto che ne costituirebbe il referente esterno.