IMMANENZA E TRANSITIVITÀ NELL’OPERARE UMANO Juan José Sanguineti Pubblicato in Atti del III Congresso Internazionale della SITA, "Etica e società contemporanea", Ed. Vaticana 1992, vol. I, pp. 261-274. L’oggetto di studio di questa sessione speciale del Congresso Internazionale 1991 promosso dalla “Società Internazionale San Tommaso d’Aquino” è Etica, Scienza e Tecnica. Una tematica così ampia e importante richiede un approfondimento dell’azione umana. In particolare ci sembra opportuno stabilire un collegamento tra l’atto umano e la perfezione del soggetto insieme a quelle che contemporaneamente possono ricevere altri soggetti. Nello sfondo di questo esame si dispiega l’intreccio dinamico di tutto l’essere: qualsiasi atto di un ente è immancabilmente in relazione ad altri enti, anzi fa parte del dinamismo di tutto l’universo e in qualche misura lo determina. Il problema filosofico speculativo è di conseguenza anche pratico o, se si vuole, a questo livello i confini tra teoria e prassi si dileguano. Non si confondono nel senso del pragmatismo, il quale dissolve semplicemente la teoria nella prassi. Ma si ricollegano operativamente perché la conoscenza oggettivamente teoretica comporta una posizione soggettiva del conoscente che incide nella configurazione dell’universo. Questo è il punto che vorrei sviluppare nel mio intervento in questo Congresso. 1. La distinzione tra atto immanente e atto transitivo Perfezionare se stessi e perfezionare altro da sé: in questa opposizione fondamentale si contiene una gran parte della problematica filosofica più universale. Secondo il pensiero aristotelico-tomista, possiamo esaminarla alla luce della distinzione tra atto immanente ed atto transitivo. Non sfugge a nessuno che nella filosofia di Aristotele l’atto immanente è la massima perfezione nell’orizzonte metafisico. La prassi più perfetta è nella metafisica