TEMPO NATURALE E TEMPO UMANO Juan José Sanguineti Pubblicato in Aspetti del tempo, I Quaderni dell'IPE, a cura di Ezio Mariani, Napoli 1998, pp. 233-253. Presentazione del problema Nelle riflessioni filosofiche moderne sul tema della temporalità è frequente riferirsi al tempo della coscienza umana in contrapposizione a quello naturale. Sulla realtà di quest'ultimo di solito ci sono dei dubbi. Ciò che chiamiamo tempo, con la distinzione tra passato e futuro, per non pochi autori sarebbe il risultato del presente come caratteristica della coscienza. Questo presente è l'adesso in flusso che divide il passato dal futuro, il nostro adesso, o l’identità dell’io nei suoi pensieri svolti in successione. Si esclude un ricorso al tempo assoluto. Il fluire costante e lineare del tempo è quello dei nostri atti di coscienza. Nella natura extra-mentale ci sarebbe soltanto successione. Introducendovi l’io, nascerebbe il tempo. La direzione dal passato al futuro andrebbe considerata quindi solo come gnoseologica, emergerebbe cioè dal "presente" dell'osservatore o dalla presenza delle cose all'osservatore. Del resto il passato non esiste se non nella memoria di una mente e il futuro vi è solo nelle sue anticipazioni. Nel mondo ci sarebbe solo il nostro adesso e quanto è ad esso contemporaneo. Questa posizione non è del tutto soddisfacente. Si dimentica che la temporalità della nostra mente è un fatto naturale, radicato nel nostro corpo che invecchia. La successione dei nostri pensieri è legata alla successività del comportamento neurofisiologico sottostante. Il nostro cervello possiede una propria freccia temporale termodinamica. Se noi in quanto osservatori introduciamo una propria prospettiva temporale, è perché siamo in movimento in qualità di parti dell'universo. I nostri atti osservativi si succedono uno dopo l'altro, mentre la successione dei fenomeni esterni incide anche sul tempo degli atti di osservazione. Io cambio anche quando osservo il paesaggio che cambia, e perciò sono temporale. Osservo la strada alle 4 e poi alle 4.30: come osservatore più o meno statico sono misurato dal movimento dell'orologio. Mi accorgo però che ho compiuto due atti di osservazione: anch'io mi sono mosso. Se la strada fosse immobile, io stesso potrei servire da orologio per quanto succede su di essa.