173 Dalla veduta assonometrica contenuta nell’Atlante curato alla fine del Cinquecento dal vescovo agostiniano Angelo Rocca al rilievo ottocentesco del catasto Pio-Gregoriano diretto dall’ingegnere Luigi Mazarini 1 , uno degli aspetti più significativi che emerge dall’analisi delle principali fonti iconografiche su Benevento è sicuramente la permanenza dell’antico pomerio: segno tangibile sul territorio della quasi ininterrotta condizione di ‘enclave’ dello Stato Pontificio nell’antico Regno di Napoli, dalla fine del Principato dei Longobardi all’Unità d’Italia. Non a caso, ancora a metà dell’Ottocento, il prussiano Ferdinand Gregoriovus rilevava nei suoi appunti di viaggio (1853-1860) l’importanza della continuità topografica di Benevento, ponendo in evidenza come la cinta delle sue mura fosse rimasta «pressoché la medesima di una volta» 2 . In effetti, a parte alcuni «ritratti» di città quattro-cinquecenteschi – come l’anonima incisione conservata presso il Museo del Sannio (inv. 5372) oppure quella pubblicata dal tipografo pavese Evangelista Presenzani (1526) nelle Croniche del Villani 3 – la prima rappresentazione iconografica finora nota dell’intero impianto difensivo d’età longobarda risale alla fine del Cinquecento ed è costituita appunto da una veduta assonometrica contenuta nella raccolta di disegni manoscritti che il Rocca collazionò a partire dal 1586 per realizzare una sorta di Atlante di Città italiane, in gran parte dedicato ai centri urbani del viceregno spagnolo 4 . Il disegno ripropone tutto il circuito delle mura, con le otto porte d’accesso e con il cosiddetto «castello», posto sul lato orientale dell’antico castrum e sorto nel 1321 sui resti di un preesistente fortilizio longobardo, corrispondente ad una parte dell’attuale Rocca dei Rettori 5 . Un impianto difensivo allora divenuto inefficiente rispetto alle più avanzate tecniche di costruzione militare largamente applicate nel corso del Cinquecento in molte città meridionali 6 e dunque, per il proprio stato di obsolescenza, ridotto ad un sistema di mura merlate e di alte torri in gran parte occupate da abitazioni o destinate ad altre funzioni pubbliche, come ad esempio, per il citato castello, quella di carcere di Stato. Una cinta muraria che in definitiva esaltava non solo la condizione di enclave pontificia, ma anche quella di un centro di potere che sul piano politico ed economico i viceré spagnoli intendevano isolare, per contrastarne soprattutto il monopolio assunto nella lavorazione e nella distribuzione del grano proveniente dalla Puglia 7 . Non a caso, forse, al vuoto figurativo cui sono destinati i numerosi mulini che, lungo il Sabato, animavano tutta l’area extraurbana prospiciente la nuova porta Rufina (1542) si contrappone, intorno alla cattedrale che domina il disegno assonometrico, la sovrabbondanza dei numerosi monumenti religiosi distribuiti nei vari quartieri della città, segno topografico evidente di una sovrapposizione graduale delle nuove gerarchie parrocchiali sulle preesistenti identità rionali di origine medievale 8 . Un sistema gerarchico di quartieri che si distribuivano simmetricamente rispetto alla via Magistralis ovvero all’antica arteria diagonale che, con andamento per linee spezzate, attraversava il tessuto insediativo della Benevento cinquecentesca, dalla porta del Castello alla porta di San Lorenzo, ma che nella veduta del Rocca è rappresentata come una strada ampia e rettilinea, quasi parallela alla direttrice est-ovest, forse per evocare idealmente la sua importanza monumentale. Proprio lungo la via Magistralis – non a caso indicata come «la strada de la piaza de mezo» – erano insediati i due importanti centri religiosi di San Bartolomeo e di Santa Sofia, che la veduta cinquecentesca consente di conoscere nelle condizioni precedenti ai due devastanti terremoti del 5 giugno1688 e dell’11 marzo 1702 9 ,a seguito dei quali la chiesa di San Bartolomeo, eretta nel 1112 adiacente alla Cattedrale, nell’attuale piazza del Duomo, fu totalmente distrutta, mentre la chiesa di Santa Sofia subì una profonda trasformazione sia dell’impianto interno, sia dell’ampio cortile porticato realizzato nel corso del Quattrocento 10 . In realtà, anche la veduta prospettica disegnata dall’artista beneventano Donato Piperno e dedicata a Giovan Battista Foppa, arcivescovo di Benevento dal 1643 al 1673, ripropone una rappresentazione della città prima dei due citati eventi sismici. Benché ritenuta dalla critica «piuttosto modesta» 11 , essa offre una panoramica quasi completa della città da oriente a occidente, con un punto di vista posto a mezzogiorno, in corrispondenza del Monte San Felice, mostrando in primo piano, all’esterno della cinta muraria, il sistema dei mulini idraulici del Sabato e il mercato extra moenia. Tuttavia, in questo caso, la forte densità edilizia che è possibile riscontrare soprattutto nei due settori di espansione a sud e ad est della città non riesce a dare conto della Iconografia di una città pontificia: Benevento in età moderna e contemporanea Roberto Parisi