Il Governo di Livorno: profili politici e istituzionali nella seconda metà del Settecento * MARCELLA AGLIETTI La realtà istituzionale toscana in età moderna presenta uno scenario complesso e interessante. Lo stato mediceo, già definito «istituzione inesistente» in un recente saggio di Mannori, poteva rappresentarsi piuttosto come una costituzione federativa delle città toscane 1 . Secondo tale interpretazione, l’indubbio potere della capitale sugli altri centri urbani consisteva solo in un insieme di accordi specifici sotto un’apparenza di unità formale, ferme restando le continue negoziazioni necessarie tra il granduca e i ceti dirigenti locali 2 . Dal XVII secolo, un siffatto sistema politico, sia da un punto di vista giuridico che amministrativo, fu sottoposto a una graduale trasformazione a favore dell’autorità granducale. Le città toscane persero l’autonomia legislativa, ma, nonostante un efficace processo di centralizzazione, restò l’ambiguità in merito alla gerarchia delle fonti del diritto. Il dibattito si accese in materia di produzione di regolamen- ti a livello locale, al fine di stabilire se si trattasse di una prerogativa residuale o piuttosto di un diritto concorrenziale rispetto alla capitale. Le soluzioni promosse furono le più varie, senza raggiungere mai un sufficiente grado di omogeneizzazione. In questo quadro pluralistico, Livorno costituì l’esempio più significativo e interessante. Qui, la gestione della cosa pubblica era soggetta al controllo dei magistrati fiorentini, la fiscalità sotto- messa ad autorizzazione, ma il governatore livornese conservò durante tutta l’età medicea ben più del ruolo tipico di un funzionario periferico del governo fiorentino, bensì quello di rappresentante diretto del granduca, dotato di grande autonomia decisionale in numerose materie. Le origini del governatorato di Livorno possono farsi risalire agli anni tra il 1591 e il 1593, quando Ferdinando I dette un incarico ancora per molti versi indefinito a Giovanni Volterra e poi, ufficial- mente, con l’investitura di Cosimo II ad Antonio Martelli, il 12 novembre 1609. Le funzioni previ- ste dall’incarico, assegnato personalmente dal granduca e per lo più vitalizio, erano in partenza di tipo prevalentemente militare, competenza, questa, che finì per diventare in seguito secondaria, e in qual- che caso addirittura assente, essendo accompagnata e poi sostituita da altre attribuzioni di natura pret- tamente politica. Si trattava di rappresentare il principe in un delicato ruolo di supervisione e control- lo, uno strumento insomma (non sempre docile, né privo di prerogative proprie) attraverso il quale Fi- renze cercava di esercitare il proprio ruolo di dominante. Al governatore si affidava inoltre il compito di negoziare con le élites locali e con le altre magistrature della comunità per mantenere il consenso po- litico, assicurare il funzionamento della fiscalità granducale e preservare i delicati equilibri essenziali per il buon funzionamento del porto franco. A causa dei molteplici interessi in gioco, sovente contrastanti, per tutta l’età medicea l’ufficio non ven- ne mai disciplinato in modo definitivo. Anzi, proprio per consentire un’efficace capacità di mediazio- ne, competenze e attribuzioni del governatore, come quelle dei suoi più stretti collaboratori, furono sot- toposte a ripetute revisioni, conformemente all’indirizzo politico adottato, in momenti diversi, in am- bito interno e internazionale, alle inclinazioni dei diversi granduchi, ma anche alle attitudini e capacità dei personaggi chiamati a ricoprire l’importante incarico. Al momento dell’avvento della dinastia lorenese le cose cambiarono solo in parte, nonostante i tenta- tivi della Reggenza e soprattutto del giovane Pietro Leopoldo, troppo spesso dimostratosi estraneo al- le vicende livornesi e a una reale comprensione della situazione locale. Le disposizioni più diverse si 95