1 Giuseppe Burgio Tertium datur: la differenza e l’indifferenziato in Irigaray in M. Rosa Manca (a cura di), Poikilìa. Studi e ricerche sull’intercultura, Edizioni della Fondazione Nazionale “Vito Fazio-Allmayer”, Palermo 2006, pp. 35-60, ISBN 88-88-477-06-3. Secondo Luce Irigaray, “la differenza sessuale rappresenta uno dei problemi o il problema che la nostra epoca ha da pensare” 1 . Riconoscendo l’importanza teorica di questo processo culturale, che si sono intestate finora solo le donne, appare venuto il tempo di ragionare insieme, uomini e donne, all’interno di questo nuovo orizzonte. L’emergere nel panorama storico e filosofico del movimento delle donne ha significato infatti l’appropriazione, da parte del femminile, di una parte, fino a quel momento negata, del concepibile: il mondo e il simbolico sono ora fatti da uomini e da donne, il corpo umano e il pensiero sono sessuati. La sessuazione del discorso 2 ha così significato una strategia di sottrazione delle donne all’ordine simbolico patriarcale e, contemporaneamente, il tentativo di costringere gli uomini alla parzialità, di spingerli a rientrare nel proprio genere ritirandosi dall’occupazione simbolica di tutto il pensabile. In questo movimento, il neutro è stato attaccato come strumento linguistico ed epistemologico di un maschile che negava il femminile, annettendolo ad un concetto generico di Uomo che, in realtà, veniva pensato nelle forme specifiche del genere maschile. Rispetto al soggetto neutro e impersonale dell’imparzialità scientifico- conoscitiva 3 , alle cui spalle si celava un maschile egemonico, il pensiero delle donne ha proposto il riconoscimento della differenza, a cominciare da quella – macroscopica – tra i due sessi. Per un pensare sessuato, non esiste l’Uomo ma gli uomini e le donne, così come tra il maschile e il femminile - oltre al maschile e al femminile - non esiste nulla. Uno dei nodi teorici problematici di questo taglio filosofico appare quello della pertinentizzazione della differenza sessuale. Il pensiero delle donne ha, infatti, rifiutato la concezione ovvia, “naturalistica”, dell’asimmetria tra i sessi ma, nel confronto frontale e a tratti conflittuale tra un maschile e un femminile ridefiniti, il modello della differenza sessuale non è, secondo me, riuscito ad analizzare la linea d’ombra dei confini dei e tra i sessi, manifestando così una difficoltà nel definire (e prima ancora nel concepire) quello che in varie epoche e in varie culture è stato considerato un genere, accanto a quello maschile e a quello femminile: il neutro. C’è la possibilità teorica, a mio avviso, che il neutro non sia sempre stato, e non sia soltanto, un camuffamento del maschile ai danni delle donne ma che abbia avuto, e forse abbia ancora, un ambito simbolico suo proprio. A partire dal riconoscimento della differenza sessuale come taglio esistenziale ed epistemologico, è possibile secondo me cercare di recuperare l’ambito del ne-uter non come terzo sesso né come categoria comprensiva dei due generi (maschile+femminile) ma come punto di riferimento storico e simbolico che possa permettere di pensare e definire meglio il maschile, il femminile e il loro rapporto. Questo tentativo, che si vuole memore del posizionamento di tutti/e nei passaggi di una genealogia, si articolerà attraverso una rilettura, quasi filologica, di un importante testo di Irigaray: “Etica della differenza sessuale”. Ad essere analizzata sarà la parte prima del volume, costituita da un dialogo tra la studiosa francese e due filosofi, Platone e Aristotele, che appartenevano ad una cultura – quella greca - che riconosceva il neutro come genere grammaticale, nel tentativo, attraverso la “traduzione” della dicotomia maschile-femminile in un sistema triadico, 1 Luce Irigaray, Etica della differenza sessuale, Feltrinelli, Milano 1985, p. 11. 2 Luce Irigaray, Parlare non è mai neutro, Editori Riuniti, Roma 1991, pp. 279 e sgg. 3 Ivi, pp. 305 e sgg.