322 uando il biografo di Gregorio IV (827-844) descrisse, ormai al tramonto di una stagione gloriosa dell’architettura ecclesiastica a Roma, gli interventi disposti dal pontefice per Santa Maria in Trastevere, si sentì in dovere di aggiun- gere al nome della chiesa una frase esplicativa: “la chiesa della santa madre di Dio oggi detta alla maniera antica (anche) di Callisto in Trastevere” 1 . A partire dall’VIII secolo molte chiese titolari di Roma portavano nuovamente il nome dei loro antichi fondatori, che avevano per- duto con la diffusione della letteratura leggendaria sui santi. Papi riformatori avevano desun- to tali titoli nell’VIII secolo probabilmente dai registri delle fondazioni negli archivi, dove era- no stati a lungo custoditi e tramandati 2 . Gregorio IV aveva inteso rivitalizzare l’usanza, invano però. Il patrocinio dei santi godeva infatti di maggiore popolarità rispetto alla consapevolezza storica dei funzionari della Curia, così che il tentativo rimase un episodio anacronistico e di breve durata. I funzionari papali, che favorirono la rinascita dell’edilizia ecclesiastica tra 750 e 850 circa, erano consci delle differenze tra la pratica religiosa coeva e quella dell’età che aveva generato gran par- te degli edifici di culto del loro tempo. La tarda antichità romana, che ne caratterizzava con deci- ne di chiese ancora largamente il presente, la sua fisionomia, aveva cominciato a divenire storia. Quando nel 792 la seconda epistola papale sulla questione delle immagini prende in esame gli edi- fici sacri romani non parla più come la prima delle icone e delle reliquie di Roma, bensì dei gran- di pontefici del passato, i papi fondatori, i cui freschi e mosaici sono “ancor oggi” (usque nunc) og- getto di profonda venerazione 3 . La nuova consapevolezza storica dei Romani nell’VIII-IX secolo aveva un doppio volto, in essa convivevano l’ammirazione nei confronti delle chiese in quanto monumenti della storia papale e un’irriducibile volontà d’affermazione lì dove lo stato delle cose non era ritenuto rispondente al nuovo bisogno di autorappresentazione. E le conseguenze furono di segno assolutamente oppo- sto: i pontefici di questa ‘rinascita’ furono in effetti i primi, dopo tanto tempo, a restaurare in ma- niera sistematica gli edifici ecclesiastici antichi, prendendoli a modello per la realizzazione di quel- li nuovi. Ma furono pure i primi a distruggere centri comunitari ricchi di storia e monumenti fa- miliari, per innalzare superbe costruzioni sulle loro rovine. Quasi tutte le creazioni architettoni- che di grandi dimensioni del IX secolo soppiantarono antecedenti di mole più modesta ma di ve- neranda tradizione. Ad alcuni contemporanei sembra non sfuggisse questa dialettica tra rinnova- mento e perdita. Quando in vista del rifacimento di Santa Susanna fu demolito l’antico centro co- Roma, Santa Prassede, cappella di San Zeno, mosaico della volta. Rinascita a Roma, nell’Italia carolingia e meridionale M ANFRED L UCHTERHANDT Roma Presente e storia Q