688 ARCHEOLOGIA E STORIA DELLA VITE E DEL VINO NEL MEDIOEVO ITALIANO. Il contributo dell’archeobotanica e di nuove metodologie di analisi integrate per la caratterizzazione varietale applicate ai contesti archeologici della Puglia meridionale di Anna Maria Grasso, Girolamo Fiorentino 1. I L’uva e il vino costituivano una delle principali risorse pa- leoeconomiche attorno alle quali ruotavano molti degli aspetti sociali, agricoli, commerciali della comunità medievale. Tracce labili e la continua trasformazione del territorio rendono, però, complessa la lettura del fenomeno nel contesto archeologico. I solchi nel terreno, gli attrezzi da lavoro, i pigiatoi e le presse, i contenitori per la conservazione, il trasporto ed il consumo di uva e vino ne costituiscono i possibili indicatori diretti ed indiretti, spesso di controversa interpretazione. Un contributo alla comprensione della reale difusione del fenomeno in termini archeologici può essere fornito principalmente dallo studio di resti archeobotanici della pianta di vite (Vitis vinifera L.). 2. I ’ - Tipi di resti e contesti di rinvenimento Il potenziale informativo dei resti di legno, carbone e semi di vite, letto in maniera critica rispetto al contesto di rinveni- mento, può essere notevole e diferenziato. La presenza di legno in un contesto archeologico attesta la reale difusione della pianta in un territorio, poiché esso non è ricercato per particolare impieghi tecnologici (Giordano 1981), al contrario del suo frutto che può essere oggetto di scambi e commerci per i suoi diversi usi. Di conseguenza, ogni speculazione sulla presenza di questa pianta in un determinato areale geograico in un preciso periodo, deve essere fatta con le dovute cautele (rispetto alla parte attestata) ed in relazione al suo ristretto ciclo fenologico, possibilmente, integrando più fonti di dati convergenti. Il ritrovamento diretto di semi permette, grazie alle tec- niche della ricerca archeobotanica, di comprendere se esso appartenesse ad una pianta coltivata o selvatica, consentendo in questo modo di avanzare una prima serie di ipotesi interpre- tative. Infatti, la pertinenza ad una di queste forme risulta utile nella formalizzazione di alcune tesi sulla gestione del territorio. Nello speciico, se il seme di Vitis rinvenuto archeologicamente appartiene a una forma selvatica è probabile che il consumo di uva fosse irregolare e legato alla raccolta di frutti spontanei, inquadrabile, quindi, in una società nella quale prevaleva l’uso delle risorse disponibili nella catchment area. Al contrario se esso appartiene a una forma coltivata è un probabile indice di modalità razionali di sfruttamento agricolo del territorio. Le forme subspontanee o subcolturali (anche queste riconoscibili archeobotanicamente) potrebbero invece indicare fasi di deca- denza o abbandono dell’insediamento. Inine, lo stato di conservazione dei resti e il tipo di fram- mentazione, oltre che il contesto di rinvenimento, possono chiarire alcuni aspetti delle dinamiche di formazione del de- posito e i processi produttivi interessati. Le attestazioni archeobotaniche di vite nell’Italia medievale L’archeologia e storia della vite e del vino nel Medioevo italiano è un tema ampliamente dibattuto soprattutto all’in- terno della comunità storica (Pini 1989; Gaulin, Grieco 1994; Archetti 2003) e, seppure in modo più sporadico, anche all’interno di quella archeologica (Garcia, Chevrier, 2010; Boissonot 2009). La comunità archeobotanica risulta, invece, pressoché estranea al dibattito e molto più concentrata sulle precedenti fasi storiche e preistoriche, della difusione e domesticazione della specie (Fiorentino 2011). La ricerca dei contesti archeologici medievali italiani che hanno restituito vite è stata efettuata tramite la ricerca bi- bliograica nelle principali riviste del settore medievale e nelle monograie di scavo. Le categorie di resti vegetali considerate sono esclusivamente i macroresti, quindi legno/carbone e semi di vite. L’indagine ha evidenziato un totale di 39 contesti archeo- logici (ig. 1). La tipologia di resto vegetale più attestata è il seme (33 contesti) che, nel 15% dei casi, risulta associata a resti di legno/carbone come negli abitati di Alba (CN), Ferrara, Cogmento (MO), Miranduolo (SI), Supersano (LE) e Alghero (SS). Pochi i casi nei quali è stato rinvenuto solo legno/carbone: Sant’Antonino di Perti (SV), Gorigliano (LU), Saraceno-Favara (AG), Burgio (AG) e Geridu-Sorso (SS). Come già accennato, la presenza di legno di vite costituisce l’indicatore più preciso della difusione della pianta sul territorio. La penisola italiana rientra pienamente nell’areale di difusione della specie, ma la particolare conformazione orograica del territorio determina la compresenza di più fasce climatiche, non tutte favorevoli alla sua crescita: una probabile difusione della vite in età preindustriale è limitata pertanto agli ambienti costieri e sub-collinari (0-800 m) (Pignatti 1982). Il ricorso a particolari tecniche colturali, o variazioni climatiche, potrebbero aver determinato una difusione della pianta oltre il suo areale ecologico, ma tutti i contesti citati sono pienamente inseriti nella fascia altimetrica considerata “normale” per la specie. I resti di vinaccioli determinati sono stati attribuiti gene- ralmente alla forma coltivata, senza tuttavia l’indicazione dei criteri considerati. Solo in pochi casi, come a Luni e Supersa- no, si chiarisce che la deduzione deriva dal calcolo di alcuni “indici” speciici utilizzati in archeobotanica (Stummer 1911; Perret 1997; Mangafa, Kotsakis 1996); per i siti di Cog- mento, San Marino e Alghero invece si fa riferimento ad analisi morfometriche non meglio speciicate. In altri contesti viene riconosciuta invece la vite selvatica (Finalforgo, Ventimiglia e Montebarro) ma, anche in questo caso, senza riferimento ai criteri discriminanti utilizzati. Quanto alle caratteristiche dell’assemblaggio archeobo- tanico, determinante per la comprensione di alcuni aspetti produttivi (Margaritis, Jones 2006), solo in due casi si hanno notizie precise. L’associazione di semi integri e frammentari, con acini e pedicelli d’uva, residuo del processo di viniicazione, è riportata per i riempimenti di pozzi nei villaggi di Supersano e Domagnano. Entrambi i casi suggeriscono che, nonostante il divieto del Capitulare del Villis, è probabile che la pigiatura avvenisse con i piedi e fosse, in taluni casi, seguita da un pro- cesso di torchiatura. Generalmente i resti di vite sono attestati in contesti archeologici di natura abitativa (villaggi e monasteri) e pro- vengono dal riempimento di buche, pozzi, silos, pozzetti di scarico, ma anche dai livelli d’uso e abbandono delle strutture, focolari, latrine e canalette. Le altre tipologie di contesti in cui sono state efettuate analisi archeobotaniche (chiese, cimiteri, fortezze ecc.) hanno restituito resti di vite solo nel caso di una tomba di infante di Faragola (FG) (ig. 2). Il confronto tra contesti analizzati archeobotanicamente e quelli che hanno attestazioni di vite, evidenzia, nell’arco cronologico compreso tra il VI ed il XV, un generale aumento di testimonianze con l’eccezione dei secoli IX e X, per i quali si evidenzia una leggera inlessione (ig. 3). Nonostante i dati a disposizione siano ancora esigui, si potrebbe tuttavia avanzare l’ipotesi che tale inlessione non sia legata al numero di contesti archeologici analizzati quanto, piuttosto, ad una riduzione della presenza e/o sfruttamento della vite. Le fonti storiche riportano, tuttavia, proprio per questi secoli un incremento delle terre vitate, in particolare ad opera degli enti religiosi (Pini 1989). L’apparente contraddizione potrebbe avere una duplice spiegazione e l’una non escluderebbe l’altra: