Zdenka Janeković Römer, «I lazzaretti di Dubrovnik (Ragusa).» U: Rotte Mediterranee e baluardi di sanità. Venezia e i lazzaretti mediterranei. A cura di Nelli-Elena Vanzan Marchini. Regione del Veneto: Centro Italiano di Storia Sanitaria e Ospedaliera del Veneto; Milano: Skira, 2004: 246-250. Sotto l'influenza del cristianesimo e della Bibbia, la medicina medievale cominciò ad abbandonare lentamente la teoria dei miasmi e abbracciò il concetto di contagio, del passaggio della malattia dall'infetto al sano. Durante l'intero Medio Evo la credenza che la peste si diffondesse per mezzo dell'aria impestata, per venti malefici o influssi planetari, non si era persa del tutto. Però, grazie anche all'esperienza diretta, la convinzione che si potesse contrarre il contagio cominciò a penetrare nella medicina e nella legislazione, e così sorsero le prime misure di profilassi. Già nel 1348, all'epoca dell'epidemia di peste, il governo raguseo attuò alcune misure di profilassi; oltre alle processioni, opere pie, voti collettivi, preghiere e digiuni, che dovevano placare l'ira divina, i ragusei cercarono salvezza nella fuga, negli incensamenti, nelle fumigazioni, bruciando gli oggetti e le case infette, spargendo le tombe di calce viva, nonché controllando i viaggiatori che provenivano per terra e per mare. I ragusei non volevano chiudere il porto e fermare il traffico delle merci, come fecero alcune altre città; optarono invece per una soluzione che rallentava il traffico mercantile, ma non lo fermava del tutto. Il Maggior Consiglio emanò nel 1377 la legge sulle misure d'isolamento dei persone, animali e merci provenienti da paesi infetti, onde fermare l'epidemia1. Con questa prima applicazione della quarantena, Ragusa conquistò un posto importante nella storia della medicina europea. Il Governo prevedeva la quarantena in due luoghi distinti, l'isola di Mercana (Mrkan), che serviva per l'isolamento dei marinai e dei viaggiatori pervenuti con le navi, mentre quelli giunti con le carovane di terraferma rimanevano nella cittadina di Ragusavecchia (Cavtat). La prima quarantena non era molto confortevole, i viaggiatori erano sistemati in baracche di legno che, quando scemava l'epidemia, venivano bruciate per non lasciare alcun residuo. La quarantena sull'isola di Mercana fu abolita nel 1482. Nel 1397 il vecchio convento sull'isola di Meleda (Mljet) fu trasformato in lazzaretto. Allora le misure contro la peste diventarono più severe e furono nominati degli officiales cazamortuorum che perlustravano i confini, controllavano i documenti dei viaggiatori, stabilivano il periodo d'isolamento, organizzavano la vita nel lazzaretto e punivano i trasgressori delle norme sanitarie. Nella seconda decade del Quattrocento vengono menzionati i lazzaretti sulle isole Elafiti, su Bobara e sullo scoglio di San Pietro (Supetar). Si avvertiva però anche la necessità di proteggersi dalle infezioni provenienti dalla terraferma, dal Nord, perciò nel 1436 alcune case al di fuori della Porta Pila furono trasformate in lazzaretto. Nel 1457 iniziò la costruzione del lazzaretto a Danze (Danče). I viaggiatori che vi erano ospitati ricevevano sostentamento dal Governo e avevano a disposizione un sacerdote, un medico, un barbiere e la servitù. L'ampio edificio era circondato da un muro alto due metri con la porta che doveva essere chiusa a chiave. Successivamente l'edificio fu rialzato di un piano e gli fu annesso un sepolcro per i morti di peste. Questo lazzaretto è rimasto in funzione per tutto il Cinquecento. I suoi resti sono visibili ancora oggi. Nel XVI secolo è stato costruito un lazzaretto a Castel di quel mar (Mali Ston), con due case piuttosto grandi circondate da mura alte tre metri. C'era anche un confino sull'isolotto antistante Stagno (Ston). I lazzaretti situati nella parte occidentale di Ragusa e sulle isole erano inadeguati per coloro che scendevano dalle navi, come pure erano inadeguati per quelli che giungevano dall¹entroterra balcanico e dalla Turchia. Di conseguenza si diede inizio alla costruzione di un lazzaretto nella parte orientale della città, a Plozze, dove si trovava il porto di Ragusa, nelle cui vicinanze sboccava la grande via di comunicazione che da Costantinopoli giungeva attraverso la penisola balcanica. Era il punto in cui le merci venivano caricate, scaricate e