15/07/14 Le gallerie cartacee dei ritratti dei viceré e governatori spagnoli in Italia (XVI-XVII secolo)* - ENBaC… 1/13 www.enbach.eu/en/essays/revisiting-baroque/mauro.aspx Le gallerie cartacee dei ritratti dei viceré e governatori spagnoli in Italia (XVIXVII secolo)* Author: Valeria Manfrè (Universidad Autónoma de Madrid), Ida Mauro (Universitat de Barcelona) Le collezioni di ritratti nella Spagna del Cinquecento Durante la seconda metà del XVI secolo le gallerie di ritratti iniziarono a proliferare nelle capitali dei principali regni della Penisola Iberica. Alcuni esempi celebri furono quelle della regina Caterina di Portogallo, presso il palazzo Paço da Ribeira a Lisbona[1] , e la serie dell'infanta Giovanna d'Austria, vedova di Giovanni Manuele di Portogallo, presso il monastero delle Descalzas Reales (da lei fondato a Madrid nel 1559) in cui riuscì a riunire novanta ritratti dei membri della casa d'Asburgo[2] . Quando nel 1582 fece il suo ingresso in questo monastero l'imperatrice Maria, sorella di Filippo II e vedova di Massimiliano II, i ritratti reali si trovavano riuniti presso il Quarto de los Reyes, una sala che accoglieva le effigi di Filippo II all'interno di una nutrita galleria familiare[3] . A Valencia, d'altro canto, già a partire dal 1541, Mencía de Mendoza volle dotare il palazzo reale di un ambiente capace di accogliere una iconoteca dei membri della famiglia Mendoza e della casa d'Asburgo, in spiccato senso legittimista all'interno della corte vicereale di Ferrante, duca di Calabria, ultimo erede del ramo napoletano della casa d'Aragona. In questo gruppo eterogeneo di 59 dipinti si aggiungevano alle serie dinastiche, i ritratti di nobili e umanisti ispirati dal modello italiano quattrocentesco, che destinava lo sfoggio del ritratto allo spazio dello studiolo o della biblioteca[4] . La dualità di modelli è la stessa che si ripete nelle serie dei ritratti esposte presso i reales sitios del Pardo, dell'Alcázar di Madrid e del monastero dell'Escorial. Mentre quest'ultima ricorda soprattutto i circa 500 ritratti di uomini illustri riuniti tra il 1536 e il 1552 da Paolo Giovio nella sua villa di Como[5] , le restanti derivano dal ritratto codificato dalle gallerie dinastiche di Margherita d'Asburgo (reggente dei Paesi Bassi e, dal 1519, governatrice) presso la città belga di Malinas[6] , e la nota serie di Maria d'Ungheria (sorella di Carlo V ed anche lei governatrice dei Paesi Bassi) presso la residenza di Binche. Del resto la galleria allestista da Filippo II al Pardo[7] nei primi anni del suo regnato accolse ben diciassette dipinti provenienti dall'analoga iconoteca di Binche. Tuttavia, anche nella sala dei ritratti del Pardo si avverte una certa etereogeneità. L'ambiente architettonico fu suddiviso in due ordini: la parte superiore accoglieva quaranta cinque ritratti di Tiziano, Antonio Moro, Sofonisba Anguissola, Sánchez Coello e Lucas de Heere, al di sotto apparivano altri due ritratti, insieme alle vedute di Madrid, Londra, Valladolid e Napoli e le otto tavole di Jan Cornelisz Vermeyen con le imprese di Carlo V, immagini che rimarcavano la differenza tra i generi pittorici esposti nella sala. I dipinti bruciarono nell'incendio del 13 marzo del 1604 ma la galleria dinastica, intesa come la parte più importante della decorazione della sala, venne riallestita da Filippo III negli anni successivi[8] . Il ritratto ufficiale dell'impero spagnolo Del resto quei ritratti, realizzati dai pittori di corte, avevano già codificato un modello che si diffuse rapidamente per tutte le capitali provinciali della monarchia e si mantenne invariato per almeno tre secoli a dimostrare il successo di una proposta efficace  sebbene austera  utile per trasmettere un'immagine di autorità e di legittimo esercizio di potere. Per le "quattro parti del mondo" su cui si estendeva il dominio spagnolo, la propagazione di tale ritratto di apparato rappresenta tuttora una delle cifre costanti della presenza di un antico potere spagnolo o dell'influenza subita dalla corte madrilena in territori formalmente non soggetti all'impero ispanico[9] . Anche in Italia i volti del potere dei viceré e governatori della casa d'Asburgo iniziarono ad arredare, a partire da fine Cinquecento, i palazzi reali di Milano, Napoli e Palermo, avviandosi ad assumere una funzione politica e propagandistica[10] . L'estensione di questo modello di ritratto a tutti i rappresentanti del potere spagnolo nei suoi diversi regni è testimoniato da meravigliosi esempi come quello di Giovanni Battista De Lizaranzu, governatore della città di Milazzo e Brucula e cavaliere dell'ordine di Santiago[11] . [fig. 1 ] L'ignoto artista del dipinto di Lizaranzu, non alieno da suggestioni fiamminghe, è estremamente attento ai dettagli ed esegue perfettamente il modello: figura in piedi, leggermente di tre quarti, con a fianco la tavola (riferimento all'autorità dell'effigiato), fondo neutro, espressione severa, con uno sguardo che difficilmente cede alla tentazione di fissare lo spettatore. La qualità pittorica del dipinto, la sicurezza d'impianto, la ricchezza dei particolari, che culmina nel trionfale cimiero piumato, attestano le doti dell'anonimo ritrattista. Il governatore è rappresentato in posizione frontale, a mezzo busto e in veste di condottiero con gorgiera, su un fondo scuro che ne esalta i minuti particolari dei ceselli dell'armatura. La legittimazione dell'esercizio del potere, intrinsicamente legata a questo genere di ritratti, si può invece cogliere in un esempio tanto eloquente, quanto finora ignorato: una rappresentazione a penna di Masaniello, con il Vesuvio sullo sfondo, scalzo e vestito da pescatore (come nel celebre ritratto di Onofrio Palumbo) ma con a lato la classica tavola di giustizia ed una "tenda da testa" che riecheggia perfettamente il modello ufficiale e sembra quasi collocare l'iniziatore della rivolta napoletana nella serie dei ritratti vicereali che venne realizzata a partire dal 1652[12] . [fig. 2 ] Un (altro) precedente valenzano Tornando a Valencia, è significativo che dopo la raccolta di doña Mencía, l'altra grande iconoteca esposta nella residenza dei viceré fu allestita da un italiano perfettamente inserito nelle dinamiche del governo dei regni della monarchia di Spagna. Ci riferiamo a Luigi Guglielmo Moncada, duca di Montalto, che durante gli anni del suo viceregno valenzano (16521658) commissionò una serie di ritratti dei suoi antenati al pittore (probabilmente fiammingo) Giuseppe Faciponti[13] . Il programma genealogico riaffermava  alla stregua degli affreschi delle sale Montalto (16361637), realizzate nel Palazzo Reale di Palermo, che raffigurano le imprese epiche di Pietro e Raimondo Moncada  l'ossessione del committente per la propria genealogia, rimarcando il valore celebrativo che il nobile siciliano intendeva perseguire attraverso la pittura[14] . La raccolta di ritratti valenzana è davvero suggestiva se la consideriamo all'interno dello scambio culturale fra i regni della Monarchia, in quanto rappresenta l'assimilazione di un modello spagnolo che, dopo essersi imbevuto di esperienze italiane, torna in Spagna rinvigorito. Inoltre va legata alla serie (parziale) di ritratti di viceré sardi, commissionata dal Moncada durante il suo