Storie dell’altro mondo.
Calvino post-umano.*
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Serenella Iovino
Dalla Trilogia degli Antenati agli esperimenti epistemologico-narrativi
delle Cosmicomiche e di Palomar, la domanda sui “conini” dell’umano
risuona nella scrittura di Calvino come un’insistente eco di fondo.
Nelle varie ricognizioni che egli fa di questi presunti conini, emerge
l’idea che, lungi dall’essere un’essenza issa nella sua purezza, l’umano
sia in realtà una categoria porosa e in divenire, aperta a mescolamenti
e negoziazioni. Progressivamente, nell’universo calviniano, prende
forma la certezza che quella umana sia una natura ibrida, accogliente e
sempre, signiicativamente, “oltre se stessa,” in un processo di continua
mutazione e co-evoluzione con altre forme di esistenza.
Da alcuni decenni, questi stessi temi sono al centro del dibattito post-
umanista. Sorto negli USA alla ine degli anni ’80 e molto vivo anche
in Europa, il pensiero post-human è costituito da una galassia variegata
di voci e di motivi, riconducibili a scuole e tradizioni diverse, accomu-
nate dall’idea di restituire l’umano alla sua costitutiva dimensione di
ibridità, sul piano biologico come su quello culturale. Ne scaturisce
un’ontologia relazionale e “partecipata,” in cui la natura dell’umano
emerge come il risultato di incontri di nature diverse, presenti in noi
sin dalle strutture più semplici della nostra biologia. Anche l’immagi-
nario letterario di Italo Calvino è permeato da quest’idea, e una parte
cospicua della sua opera narrativa consiste nell’individuare l’alterità
potenzialmente presente nell’umano e attorno a esso. Nelle storie di
MLN 129 (2014): 118–138 © 2014 by Johns Hopkins University Press
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Dove non diversamente indicato, tutte le traduzioni nel testo sono mie.