Parole. Il lessico come strumento per organizzare e trasmettere gli etnosaperi, Prantera N.-Mendicino A.-Citraro C. (a cura di), Centro Editoriale e Librario, Università della Calabria, 2010: XXX. DA CORĀTUM A CURATEDDA Michele Burgio Università di Palermo Nel presente lavoro si dà atto di un processo diacronico che ha coinvolto la forma tardo-latina corātum e dei suoi continuatori in area romanza, con particolare riferimento alla Sicilia. Sia corata che il suo diminutivo coratella sono attestati in tutti i principali vocabolari della lingua italiana (GDLI, GDIU VLI, DISC). Le voci non vengono registrate come regionalismi, probabilmente perché presenti in tutti i dialetti italiani ed ampiamente utilizzate fin dalla letteratura delle origini, sebbene con diverse sfumature di significato. DE MAURO 1999 come primo significato di corata annota: “interiora, visceri degli animali”, come secondo significato attestato vi è “cuore”. Ritengo sia opportuno segnalare l’importanza dell’ordine in cui vengono disposti i significati perché sono interessanti per una tesi che svilupperò strada facendo e che riguarda, in questo caso, la maggior fortuna delle varie forme espressive (e, qui è proprio il caso di dirlo, “basse”) a scapito delle forme e dei significati più neutri e lineari. Fin dal proliferare dell’uso del volgare in letteratura, la parola corata è ampiamente attestata (GDLI). Ricopre significato di “interiora, visceri, sia umani che animali”. Il vocabolo è subito sentito come fortemente espressivo. Lo utilizza infatti Jacopone da Todi, addirittura col significato di “cuore come sede degli affetti, animo”. Accanto a lui vi sono autori satirici come Cecco Angiolieri e Burchiello. Dante dà quasi un suggello di espressività alla parola quando la usa nell’Inferno (e, non a caso, soltanto lì) 1 . Sia Umberto Bosco che Natalino Sapegno, nelle loro edizioni dell’opera dantesca, commentano per corata : “l’insieme di cuore, polmone, fegato e milza. Un’altra questione si apre così riguardo alla collocazione della corata 1 “Tra le gambe pendevan le minugia; / la corata pareva e 'l tristo sacco / che merda fa di quel che si trangugia” (Inf., XXVIII, 25-28).