P apasidero, estrema pro- paggine della provincia di Cosenza, massiccio del Pollino al confine con la Basilicata. 39° 52’ 00” N. 15° 54’ 00” E. Sono circa le dieci. Sono partito da Cosenza all’alba. La giornata è tersa e luminosa. L’aria pungente. Cerco il sentiero per la grotta del Romito: questa la meta. Un insediamento maddale- niano di 11mila anni fa. Incisio- ni rupestri e sepolture. Attorno a me, strette valli incassate tra alte rocce calcaree, verde ceduo e qual- che casolare abbandonato. Le ca- sette nuove sono tutte vicine alla strada. Hanno apparenze spoglie e elementari. Case di contadini giunti al riposo. Case di figli e ni- poti. Case di emigrati in Canada o negli Stati Uniti che hanno fatto ritorno. Per arrivare alla grotta attraverso il minuscolo centro abitato. Una casa cadente sulla destra, in pietra, senza finestre. Una porta in legno dipinta di verde e divisa in due ele- menti orizzontali, chiusa per metà, all’interno un’unica stanza con pavimento in terra, non rivestito, come nei dipinti di poveri di epo- ca risorgimentale. Un singolo gia- ciglio addossato alla parete. Una semplice lampadina che cade dall’alto, al centro. Nessun elettrodome- stico. Nessun elemento di modernità industriale: né frigorifero né tv né radio né altro. Nella stanza una si- gnora molto anziana, abiti contadini, in testa, per copricapo, una sporta per la spesa, un sempli- ce sacco di plastica. Sta facendo il pane, mi spiega. Viene alla porta contesa tra curiosità e spavento. Poi ripete la stessa frase innumere- voli volte, toccandosi la testa. Sta facendo il pane. Poco oltre mi avvicina un secondo anziano, spostandosi per un atti- mo dal ciglio al centro della stra- da. Magrissimo, i capelli bianchi bagnati e pettinati in ampie cioc- che ritrose schiacciate sulla testa e porta- te all’indietro. Semplici pan- taloni di vel- luto a coste larghe tenuti altissimi in vita, quasi a altezza di dia- framma. Un’ac- centuata curvatura della colonna. Non parla. Si ritrae al saluto, si stringe al muretto fiancheggiante la stra- da. Tiene gli occhi bassi, evita di guardare, incontrare o sostenere lo sguardo. Appare smarrito: un bambino giunto a decrepitezza, dalla capigliatura candida. Scendo per una viuzza alberata e arrivo a un enorme piazzale pre- disposto a parcheggio. Tavoli per pic-nic in pietra e una costruzione al centro, pure in pietra. Qualche solennità di troppo nell’area di ac- cesso alla grotta paleolitica. Tutto eseguito in stile paleolitico: pietra su pietra. Il piazzale è comunque deserto. Nessun pullman, nessun visitatore. La costruzione al cen- tro, destinata a essere libreria e biglietteria, è chiusa da un pesante portone in legno chiodato. Dove sono? Busso alla porta: nessuno mi invita a entrare. Mi guardo attorno perplesso e insieme diver- tito. Lontano da tutto con alte e scoscese montagne che si elevano attorno; eppure nel cuore di un progetto turistico e conservati- vo per cui sono state concepite strutture tanto imponenti e vi- stose. Controllo orari e giorni di chiusura: in regola. Finalmente un grido. Qualcuno mi ha avvistato, esiste, mi chiama. Una voce fem- minile dall’altra parte della vallata. Una giovane donna in lontananza invia gesti e mi chiede di attende- re, di darle tempo. È la custode, immagino. La vedo affrettarsi, ar- rivare per una discesa alberata. Ha modi premurosi, perfino zelanti. Il volto è atteggiato a un’espres- sione di maturità che non si ad- dice in tutto a una ragazza di soli ventidue o ventitré anni. Porta un pullover fatto a mano, azzurro a maglie larghe di lana spessa. Jeans. Ha grandi occhi azzurro-scuri, spalle e fianchi ampi. Mi intro- duce nell’edificio con funzioni di biglietteria - una semplice stanza molto vuota con una scrivania, qua e là qualche poster, una scelta di cartoline - stacca il biglietto e mi invita a uscire. Di nuovo nel piazzale. Questa volta però davan- ti al grande cancello d’entrata, che la giovane donna apre. Scivoliamo verso il fondo di una fenditura naturale. Un sentiero lastricato conduce all’ingresso della grotta. Ai lati massicci passamani in le- gno, come presso i rifugi o lungo i camminamenti. Ci sono molte cose da dire su un percorso lungo, molteplice e spezzato come quello di Sottsass. L’architetto, il designer, il beat, l’agitatore culturale, l’arti- sta, l’editore, il performer. Ma la mia tesi è: le for- midabili vil- le e residenze private che Sottsass proget- ta negli ultimi anni sono finalmente rive- lative di quanto in lui è rimasto a lungo non detto. E cioè la con- vinzione che l’architettura non sia al servizio degli uomini ma degli dei. Sottsass mi appare oggi come un estremo, paradossale e a trat- ti insubordinato esponente della tradizione secessionistica e meta- fisica degli Anni Trenta-Quaranta. Come altro spiegare la sua fedeltà al rito dell’abitare, l’interesse per il vernacolo “mediterraneo” e “bal- canico”, l’ambiziosa progettazio- ne unitaria di abitazioni e arredi, l’enfasi (a tratti velleita- ria) sul “mito” e il primordio? La villa zu- righese di Bruno Bi- schofberger, il gallerista della Tran- savanguardia internazionale, è un manifesto e un ritratto psicologico insieme (1991-1996). È un mo- nolite nero come sono le “case” solo nei quadri di Cucchi. Né ac- cogliente né affabile né semplice- mente “umana”, attrae il visitatore mentre lo respinge. Eleva un acci- gliato monumento al senso di ge- losa, esclusiva proprietà. Incurante del kitsch, edifica un’esperienza di iniziazione. Crea celle, ambulacri e muri per un silenzio claustrale. Potremmo mai descrivere tale ar- chitettura in chiave “progressista”? Cade meglio l’aggettivo “sumera”, impiegato dallo stesso Sottsass. Il suo rifiuto della società tardo- capitalistica e del consumismo che ne è la ragione sociale ci appare tragico e ambivalente. I Settanta italiani non sono anni di sottigliezze e distinzioni. Tra 1972 e 1976 Sottsass smette di fatto di progettare per dedicarsi a viaggi remoti e sperimentazioni di un’esistenza pressoché autarchica, condotta al di fuori del “sistema”. In occasione dei viaggi riflette sui fondamentali dell’architettura. Luce, ombra, riposo, desiderio. Installa pochissime cose in luoghi deserti - un palo, una tenda, un pavese. Le installazioni “ambien- tali” segnano per lui un punto di Qualche solennità di troppo nell’area di accesso alla grotta paleolitica. Tutto eseguito in stile paleolitico: pietra su pietra. Il piazzale è comunque deserto La villa zurighese di Bruno Bischofberger è un manifesto e un ritratto psicologico insieme DIARIO DI VIAGGIO CON REVENANT ETTORE SOTTSASS JR. E I MADDALENIANI Partire da una piccola località lucana, Papasidero. Che custodisce gelosamente un tesoro preistorico, e che in maniera altrettanto possessiva custodisce i rapporti interpersonali. Arrivare così a Zurigo, per constatare quanto sia incompiuta la nostra democrazia. di MICHELE DANTINI 12 13 VIAGGIO IN ITALIA VIAGGIO IN ITALIA