105 Nelle pagine che seguono vengono messi a fuoco aspetti e orientamenti di Francesco (1494- 1570) e Alvise Pisani (1522-1570) nell’ambito del mecenatismo artistico, con particolare riguardo ai loro interventi in area veneta, rimandando agli altri saggi in questo volume le considerazioni sulle operazioni di committenza nel contesto romano, così come le rilessioni in merito alle loro sepolture, residenze – sia a Venezia sia nell’Urbe – e monumenti funebri. Tanto Francesco fu uomo politico e di stato, occupando una posizione di assoluto rilievo e prestigio alla corte pontiicia per oltre un quarantennio, tanto il nipote Alvise, iglio del fratello Giovanni, rimase al di fuori delle più agguerrite logiche di potere, ma la sua igura risulta tutt’altro che priva di interesse, come è stato dimostrato in un recente contributo 1 . Sul piano del mecenatismo è soprattutto la personalità di Francesco a emergere, perché al centro di una serie di iniziative volte a difondere nelle lagune la cultura artistica maturata a Roma dopo la morte di Rafaello: un orientamento, quello del Pisani, in sintonia con quello messo in campo da altre famiglie ‘papaliste’, ad esempio i Corner, e ben in armonia con la politica culturale tesa a trasformare Venezia in altera Roma, lanciata durante il dogado di Andrea Gritti – cui il cardinale era imparentato grazie al matrimonio del fratello Giovanni con Benedetta Gritti, sorella del doge 2 . Francesco Pisani (1494-1570) apparteneva a uno dei casati annoverato, sin dal Quattro- cento, tra i più ricchi di Venezia per i beni posseduti in città e per una non mai interrotta attività commerciale oltre che per i guadagni derivati dal banco di scritta, considerato una delle ‘colonne del tempio’ della inanza della Serenissima. Il momento di massima ioritura coincide con i primi due decenni del Cinquecento, quando tra 1504 e 1528 la direzione del banco toccò ad Alvise Pisani, del ramo di Santa Maria Zobenigo e protagonista in apertura del secolo di una agguerrita competizione sociale attraverso le inluenze politiche e le con- sistenti ricchezze di cui poteva disporre 3 . Alvise si conigura come il vero arteice della scalata al potere ecclesiastico del iglio Fran- cesco: fu infatti non solo un intraprendente mercante e un avveduto banchiere ma anche un eminente uomo di stato, tra i più convinti consiglieri ‘papalisti’ della Signoria nel dram- matico 1509; il suo cursus honorum vantava prestigiosi incarichi pubblici, dalla carica di procuratore di San Marco ottenuta nel 1516 a quella di ambasciatore straordinario alla corte di Clemente VII nel 1527. Con una posizione di tale credito e inluenza spinse sempre la Signoria a favorirlo, come dimostra l’elevazione al cardinalato del iglio Francesco, un successo politico per la famiglia ma anche uno strumento diplomatico per la Repubblica. Senza mezzi termini, il letterato Nicolò Liburnio (igura che incontreremo più avanti in re- lazione al cardinale Alvise Pisani) nell’elogio funebre di Alvise, scomparso nel 1528, aveva dichiarato che il iglio doveva l’onore della porpora al defunto genitore, grazie al dono di ventimila ducati e “uno rubin” 4 , ma non va dimenticato che fu comunque il doge Leonardo Loredan a caldeggiare la candidatura del rampollo di casa Pisani. Entrato a far parte del Senato dal 1514, a soli ventitré anni, per poi presto abbandonarlo a favore della carica di I cardinali Francesco e Alvise Pisani: ascesa al potere, magniicenza e vanagloria Linda Borean