Think-tank di ricerca per l’ integrazione e la convivenza tra autoctoni e immigrati africani Arcidiacono C., Natale A. e Carbone C. Laboratorio Incoparde 1 , Dipartimento di teorie e metodi delle scienze umane e sociali, Università Federico II, Napoli caterina.arcidiacono@unina.it I temi della riflessività del ricercatore e dello sviluppo di metodologie per la ricerca azione partecipata si pongono a fondamento di una psicologia che si caratterizza in senso situato e partecipativo (Mazzara 2011; Mantovani, 2004, 2008; Arcidiacono, Procentese, 2010; Arcidiacono 2009, 2010). L’attenzione alla qualità della relazione costruita con la comunità caratterizza gli intenti della psicologia di comunità in una prospettiva culturale e ne costituisce il valore fondante da cui partire. (Arcidiacono 2010; Kral et al,2011,p.53). Il seguente contributo descrive l’esperienza di un gruppo di discussione sul tema dell’integrazione e convivenza tra migranti e autoctoni. Si è trattato di uno strumento di ricerca partecipata in cui le modalità di organizzazione dell’incontro e del discorso hanno permesso di superare l’asimmetria di potere tra ricercatore e rispondente. Lo scopo non era rispondere alla consegna dell’intervistatore e alle sue domande, ma di cogliere le rappresentazioni del fenomeno discusso nelle peculiarità proposte da ognuno dei partecipanti. In questo senso l’ordine conversazionale non era posto dal ricercatore universitario, ma da ognuno dei partecipanti in virtù della sua sensibilità, posizionamento e orientamento. Non si trattava di costruire una struttura narrativa, bensì di fare patrimonio delle narrazioni utilizzate, dei template – modelli ricorrenti presentati in forma normativa - e delle immagini rappresentative della condizione (scene) (Serràno, Fasulo, 2011). Cioè che si proponeva quindi era l’attivazione di un processo di destrutturazione delle asimmetrie di potere e la co-costruzione di nuovi sistemi di relazioni e di gestione del potere fondati sulle differenze di ruoli e funzioni (centrati sul riconoscimento delle competenze e specificità) più che su meccanismi reiterati ed autoreferenziali di affermazione del “potere su”, che ripetono le dinamiche di oppressione dandogli semplicemente una nuova forma e “veste”, ma non volte ad una vera ridistribuzione del potere (“potere per”) e delle risorse finalizzata all’istituzione di una più vasta giustizia sociale e di un benessere psico-sociale diffuso. L’autorevolezza dell’istituzione universitaria s’incontrava con l’eccellenza culturale del territorio e pertanto le modalità della ricerca dovevano trovare nuove forme di comunicazione che riconoscessero nella stessa struttura dell’interazione le finalità partecipative e trasformative che animavano i diversi interlocutori, rimodulando e ristrutturando i rapporti di potere tra le persone. Il riferimento era al concetto di think tank inteso quale gruppo indipendente dalle forze politiche che s’interroga tenendo conto dello stato delle cose scovandone opportunità, risorse, obiettivi auspicabili e conseguenze effettivamente riscontrabili o riscontrate. Il think tank si caratterizza come struttura paritaria e pertanto esso si differenzia dal focus group dove un’insieme di persone discute sullo stesso tema, ma il conduttore è sempre nel ruolo di organizzatore del sapere. Nel focus, infatti, come è noto, è prevista una metodologia di conduzione e la predefinizione degli ambiti da far esplorare ai partecipanti (Krüger, 1994). Un ulteriore riferimento metodologico per 1 Ringraziamo in particolare Nasser Hidouri, mediatore culturale e imam della moschea di San Marcellino (Ce), Jean Bilongo, mediatore culturale e rappresentante sindacale, Yassouf, giovane lavoratore dell’edilizia per il contributo alla realizzazione degli incontri. 1