1 Tra morfologia derivativa e identità linguistica: il caso dell’antroponomastica cipriota Edoardo Scarpanti L’approccio scientifico allo studio degli antroponimi greci, come è noto, si basa ancora oggi sulla fondamentale sistemazione che tale materia ricevette all’inizio del XX secolo da parte di Bechtel (1917), il quale ipotizzò, basandosi principalmente su considerazioni di tipo storico-comparativo, che l’antroponimo greco prototipico fosse costituito da un composto nominale bimembre (Vollname), all’interno del quale la coppia di morfemi lessicali avrebbe prodotto con regolarità una sequenza semanticamente trasparente 1 . Una simile ricostruzione, di per sé assai semplice, riesce a spiegare e a giustificare con notevole efficacia, da un punto di vista lessicale, morfologico e semantico insieme, l’intero processo diacronico che ha portato alla 1. Sulla composizione nominale e sul sistema antroponomastico greco e indoeuropeo, si vedano ad es. le fondamentali considerazioni di Chantraine (1933: 31- 32, 165, 248-249), Benveniste (1935), Hoenigswald (1993: 270-271), Schmitt (1995) e Rasmussen (2004: 269-282); dal punto di vista morfologico e semantico, l’antroponimo greco rispecchia perfettamente il sistema di composizione ricostruito per la fase indoeuropea e ampiamente testimoniato, ad esempio, dall’antico indiano, con un’ampia tipologia di composti nominali che, adottando la terminologia tradizionale, si possono definire sia endocentrici (e determinativi, tatpurua) che esocentrici (e possessivi, bahuvrīhi); su problemi e aspetti specifici relativi alla morfologia degli antroponimi greci e soprattutto alle tipologie di composizione e alla loro esatta designazione, si vedano ad es. Schwyzer (1939: 428-429), Palmer (1980: 258-260), Meissner e Tribulato (2002), Woodard (2004: 643); per quanto concerne considerazioni non limitate all’ambito greco, si veda ad es. Fabb (1998), Dressler (2006) e il diverso e innovativo schema classificatorio recentemente proposto da Bisetto e Scalise (2005).