DELIRAMENTUM Frascati, 18 febbraio 2011 Apro questo mio brevissimo intervento con le parole che Mario Luzi avrebbe dovuto pronunciare nel Senato della Repubblica Italiana dopo la sua nomina a senatore a vita da parte del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 14 ottobre 2004: «L’Italia è un grande paese in fieri, come le sue cattedrali. Lo è secolarmente, non discende da una potestà di fatto come altre nazioni europee, viene da lontani movimenti sussultori fino alla vulcanicità dell’Otto e del Novecento. La nazione si unisce e ascende a se stessa, la sanzione di quella ascesa è lo Stato, per il quale penso si debbano avere, data la nostra storia, speciali riguardi. Révolution e amélioration possono equamente curarlo, ma tradirlo e spregiarlo non dovrebbe essere consentito a nessuno». Parole che Luzi non pronunciò: morì di lì a poco a Firenze, il 28 febbraio 2005, a novantuno anni (essendo nato nel 1914); pochi giorni prima aveva trasmesso il testo all’allora presidente del Senato, Marcello Pera. Il viaggio di Affinati sotto il cielo degli scrittori d’Italia inizia a Castel del Monte, il luogo simbolico di una perfezione identitaria mancata, e si conclude a Caprera, dove giace uno degli artefici dell’unificazione italiana. Non sono solo “viaggi nel corpo della lingua italiana” (p. 7); anche se, per il fatto che egli innesta nel tronco, magari storto ma non putrido, di kantiana memoria, della tradizione peninsulare, la linfa della lingua, è un viaggio “nel corpo della lingua”. Sono bensì tappe dei topoi, veramente, che hanno contribuito alla conquista (conquirere, cum-quaero), alla ricerca comune dell’identità nazionale. Affinati né tradisce spregia l’accumulo identitario che si stratifica dal Medioevo ad oggi, a trascurare tutto quanto lo precede, a partire almeno dagli Italòi di Antioco di Siracusa (V sec. a.C.). Potrebbe trattarsi di una “periegési” dell’Italia, anziché della Grecia, come Pausania; con le debite analogie e le debite differenze. Affinati è dentro il suo tempo, la sua storia, la sua “patria” (patrius, pater), la sua nazione (natio, nasci): non osserva da lontano, dall’Asia Minore, il modello culturale (Grecia), né tantomeno illustra ai com-patrioti usi e costumi dell’altrove: non è Erodoto; per quanto siano incisive le parentesi extra-italiane. Si vede che è un viaggiatore curioso e inquieto: muta il cielo e anche l’animo, diversamente dal verso oraziano. E anche del lettore e della lettrice. Ci guida fin negli alveoli del nostro territorio letterario: etnografo, entomologo, novello islandese geografo del bello anzi che del male, mezzo tra bello e terribile, Wanderer che non si lascia intimorire dal busto grandissimo. Forse tutto, meno che letterato; scrittore, certo; più antropologo. Già, dal viaggio sotto il cielo d’Italia emerge, appunto, anche quel “carattere nazionale”, quello immutabile, resistente alle mode e ai rovesci della storia; si disegna - si dice – il quadro della storia che stiamo vivendo, nella fortuita circostanza dell’anniversario unitario. Erede dei primi touristi, quelli del Grand Tour: anche Affinati passeggia per le strade, sosta nei caffè, scruta nelle sacrestie, curiosa nei palazzi, entra nelle case, sale anche sulle gru: da Montesquieu a Piovene, a Ceronetti, a Pasolini. Discetta, anche, ma seccamente. Promenades senza rêveries (almeno nel senso romantico o preromantico di Rousseau), pur manifestando talora – a suo dire - 1