L UCIO D EL C ORSO Morfologia dei primi libri greci alla luce delle testimonianze indirette La storia del libro greco per conservazione diretta comincia per noi, si sa, con il IV secolo a.C., data cui possono esser fatti risalire i papiri più antichi nora rinvenuti 1 , ma è innegabile che il rotolo di papiro fosse impiegato come supporto scrittorio già prima di questa data: scopo di questo intervento è proprio quello di fornire alcune indicazioni sulle vie che è possibile percorrere per giungere a una migliore comprensione di quella che potremmo denire la ‘protostoria’ del volumen 2 . Le fonti letterarie non bastano da sole a tratteggiare un quadro coerente. L’evanescenza con cui gli autori antichi parlano delle consuetudini scrittorie e della diffusione del libro ha portato gli interpreti moderni a trarre conclusioni assai divergenti 3 . Non va sottovalutato, tuttavia, un elemento di fondo: nei testi a nostra disposizione, per ambigui che siano, il rotolo di papiro viene sempre considerato un oggetto comune, il cui impiego viene dato per scontato, a differenza di altri materiali scrittori. Scrivere su ‘pelli’, ad esempio, per quanto testimoniato nelle fonti, viene avvertito come uno scarto dalla norma: non a caso, Erodoto colloca l’esistenza di pratiche del genere in un arco temporale distante e indeterminato, e sente il bisogno di giusticarne l’origine, come si legge in un celebre excursus collocato all’interno della narrazione della complessa vicenda dei Gerei 4 ; e tra le rare attestazioni di supporti scrittori di questo tipo gurano i ‘libri’ 1 Per una valutazione complessiva dei più antichi frammenti di rotoli letterari greci conservatisi, sotto il prolo graco e bibliologico, basti il rimando a E. Crisci, I più antichi libri greci. Note bibliologiche e paleograche su rotoli papiracei del IV–III secolo a.C., Scrittura e Civiltà 23 (1999) 29–62. 2 I lavori dedicati specicamente a questo tema non sono moltissimi. Tra di essi, spiccano senz’altro, per acume ed equilibrio delle osservazioni, E. G. Turner, Athenian Books in the Fifth and Fourth Century B. C., London 1952 (trad. it. I libri nell’Atene del V e IV secolo a.C., in: Libri editori e pubblico nel mondo antico, a cura di G. Cavallo, Roma, Bari 1992 2 , 5–24) e N. Lewis, Papyrus in Classical Antiquity, Oxford 1974, 11–13 e 84–88. Notazioni sporadiche, nel contesto di un più generale discorso volto ad illustrare le caratteristiche della vita culturale greca in età classica sotto il prolo particolare della diffusione della scrittura e delle sue modalità di utilizzo, si possono rinvenire, al contrario, in un’enorme quantità di articoli o monograe: mi limito a citare exempli gratia, per il loro carattere generale, F. D. Harvey, Literacy in the Athenian Democracy, REG 79 (1966) 585–635; W. V. Harris, Ancient Literacy, Cambridge Mass., London 1989, 45–115 (trad. it. Lettura e istruzione nel mondo antico, Roma, Bari 1991, 53–131; Harris, tuttavia, in linea con una tradizione culturale che affonda le sue radici nei celeberrimi lavori, di taglio antropologico, di Havelock e Goody, presuppone, per la Grecia classica, una situazione di assai scarsa dimestichezza con la scrittura, giungendo così a ridimensionare notevolmente il valore euristico delle testimonianze raccolte); sotto il prolo più specico della diffusione del libro, assai signicativi sono i lavori di G. F. Nieddu, Alfabetismo e diffusione sociale della scrittura nella Grecia arcaica e classica: pregiudizi recenti e realtà documentaria, Scrittura e Civiltà 6 (1982) 233–261 e Testo, scrittura, libro nella Grecia arcaica e classica: note e osservazioni sulla prosa scientico-losoca, Scrittura e civiltà 8 (1984) 213–261; per quanto riguarda il possibile impiego di papiro nella produzione di testi documentari, inne, mi limito a segnalare M. L. Lazzarini, La scrittura nella città: iscrizioni, archivi e alfabetizzazione, in: I Greci, 2, Una storia greca, II. Denizione, a cura di S. Settis, Torino 1997, 725–750. 3 Per limitarsi solo a uno dei possibili esempi di ambiguità delle fonti letterarie, si pensi ad Aristofane, Rane, 1112 sgg.: mhd¢n Ùrrvde›te toËyÉ: …w oÈk°y' oÏtv taËtÉ ¶xei. | ÉEstrateum°noi gãr esi, | bibl¤on tÉ ¶xvn ßkastow manyãnei tå dejiã, inteso da alcuni come “l’attestato di un’ampia diffusione libraria nell’Atene dell’epoca” (Aristofane, Le rane, a cura di D. Del Corno, Milano, 1992 2 , p. 224, commento ad loc.; Del Corno è solo il più recente sostenitore di un’idea già sviluppata da U. von Wilamowitz-Moellendorf, Einleitung in die griechische Tragödie, Berlin 1910, 124), da altri come un’allusione generica al tipo di educazione che si poteva ricevere ad Atene (L. Woodbury, Aristophanes’ Frogs and the Athenian Literacy: Ran. 52–53, 1114, TAPhA 106 [1976] 349–357). 4 Erodoto, V, 58. Il riferimento alle usanze dei ‘barbari’ proprio alla ne dell’inciso (¶ti d¢ ka‹ tÚ kat' §m¢ pollo‹ t«n barbãrvn §w toiaÊtaw dify°raw grãfousi) e l’impiego, per inquadrare cronologicamente il fenomeno, di espressioni avverbiali indenite (épÚ toË palaioË; kot°), contribuiscono a fornire al passo un alone di cursorietà tipico della prosa ‘oralizzante’ erodotea che si spiega bene se intendiamo il breve inciso come lo sforzo di giusticare un termine (dify°rai