La città e la paura Marco Filoni Quando mi prende la paura, invento un’immagine Goethe I. Immaginiamo una città. Una città esemplare, perfetta. In questa città tutto fila dritto perché tutto è dritto. Le costruzioni sono quadrate, tutte. Ogni palazzo o casa o abitazione è squadrata ad angoli retti. Non a caso i quartieri non si chiamano più così, bensì quadrati abitativi. Estensione del dominio dello spigolo. Le vie e le strade sono tutte dritte, senza eccezione, senza alcuna concessione a qualsivoglia inclinazione. Regna la linearità, sovrana e rigorosa. Parallele e perpendicolari, qualcuna più grande qualcuna più piccola, le strade non sono mai lunghe e terminano tutte, immancabilmente, con lo sbarramento di un blocco di costruzioni. La severità degli edifici si riscontra anche nelle strutture: banditi treni e auto (soltanto i militari si spostano autonomamente), tutti i cittadini si muovono su nastri trasportatori sotterranei che corrono a differenti velocità, calcolate per trasportare ognuno nel luogo dove è preposto che sia diretto. Gli abiti sono uguali per tutti: uomini, donne e bambini sono tutti unifor- memente vestiti senza alcuna distinzione. La vita quotidiana è ormai liberata dal bisogno quindi può essere uniforme, ripetitiva, eternamente identica a sé stessa, coazione a ripetere. Trasposizione vitalistica della geometria replicata nella scacchiera tipografica urbana: singole unità ripetute all’infinito, blocco su blocco. La forma quadrata assorbe anche i singoli: difficile vedere per strada qualcuno vagare da solo. Subito mille sguardi diffidenti su di lui, eversivo e ri- voluzionario individualista. Già, nella città ci si muove in gruppo, in famiglia, mai soli, sempre inquadrati in piccole unità. È l’unico movimento gioioso nel mezzo della severità delle abitazioni, nonostante queste unità si muovano rigi- damente strutturate, in fila per due, con passo sincronico. La luna e le stelle non esistono più o, meglio, ci sono ma non si vedono: l’illuminata tecnologia ha cancellato la luminosità degli astri. Quando un qua- drato abitativo si guadagna una fama negativa perché all’interno dei suoi con- fini si scovano pensieri di ribellione o sintomi di individualismo, allora se ne intensifica visibilmente l’illuminazione: così le ombre diventano più nere. La centrale di luce artificiale è l’aeroporto, centro tecnologico della città dal quale partono aeronavi e razzi, navicelle che esplorano l’universo. A pro- posito di universo: Dio è morto. Ma stavolta è morto davvero: l’esplorazione dello spazio ha dimostrato una volta per tutte che non esiste, è provato scien- tificamente, perciò quella Chiesa che sorge proprio nel centro della città altro La città e la paura Luglio / dicembre 2012 1