6/3/2015 SECRETUM http://www.secretum-online.it/default.php?idnodo=38&idstampa=1044 1/2 Mauro Carbone Sullo schermo dell’estetica di Tommaso Tuppini Autore: Mauro Carbone Titolo: Sullo schermo dell'estetica. La pittura, il cinema e la filosofia da fare Editore: Mimesis Collana: Volti Prezzo: € 15,00 Dati: pag. 131, ill., brossura Dopo un’escursione che lo ha portato nella terra del cosiddetto postmoderno (Essere morti insieme. L’evento dell’11 settembre 2001, Bollati Boringhieri, Torino 2007), Mauro Carbone torna, per certi versi, a quello che è stato per tanti anni il suo autore di riferimento: Merleau Ponty. Il MerleauPonty filosofo della pittura, anzitutto. Ma anche quello, forse meno conosciuto, filosofo del cinema e, soprattutto, il Merleau Ponty filosofo della carne. Espressione, quest’ultima, che vuol dire tutto e niente, ma cui Carbone si sforza di dare un significato il più possibile preciso, così come non ha smesso di fare da quel 1990 in cui uscì per i tipi di Guerini Ai confini dell’esprimibile. MerleauPonty a partire da Cézanne e Proust, che è diventato testo di riferimento per una generazione di studenti che desiderano avere una comprensione chiara dei concetti guida elaborati dal più grande dei fenomenologi francesi. La nozione di carne e la sua analisi occupano l’ultima sezione dell’ultimo libro di Carbone (113131), quella teoreticamente più rilevante, intitolata, appunto, La luce della carne. Tra chiasma e caosmo, in cui le nozioni di carne e di chiasma (i veri maîtremots del pensiero di MerleauPonty) vengono spiegate attraverso il riferimento a una serie di concetti guida della filosofia antica, moderna e contemporanea. In primo luogo servendosi, cosa del tutto inedita a conoscenza di chi scrive, del confronto con il kantiano nihil negativum repraesentabile, elaborato nel Tentativo per introdurre nella filosofia il concetto delle quantità negative del 1763, poi con il riferimento al paradossale concetto platonico della chora, per arrivare alla “luce” di Schelling e al “caosmo” di Deleuze. Ripeto: questo tentativo di chiarimento analitico di che cosa concretamente stringiamo fra le mani quando incontriamo il concetto merlopontiano di carne rappresenta uno dei motivi di continuità della riflessione di Carbone che, in questo caso, arriva alla seguente definizione: “un ‘genere’ [d’essere] che non viene informato da un modello esterno, ma risulta amorfo e insieme informatore di se medesimo” (129). Questa carne, soprattutto per il suo aspetto “luminoso” (il quale altro non è che la versione merlopontiana del lume naturale dei medioevali e della ragione diffusa di Schelling) è, in fondo, anche lo “schermo dell’estetica” nominato nel titolo del libro. Schermo, velo, maschera, ecc., tutte nozioni che noi siamo abituati ad associare a un qualcosa (un inciampo, un ostacolo) che dovrebbe funzionare come un diaframma, una lontananza inopportunamente collocati tra noi e l’esperienza più autentica della realtà. Dunque come delle istanze, in senso lato, metaforiche, che non ci permettono di contemplare la verità nella sua desiderabile condizione di nudità, ma solo per speculum et in aenigmate, come dice il cristianesimo. Ma si lascia davvero desiderare una verità nuda e lacera? Si può invece pensare che la realtà autentica, l’“idea”, se vogliamo servirci di questo concetto, come non c’è ragione di non fare, non necessariamente, se schermata, vestita, subisce la deformazione di uno specchio che riflette in modo deformato, cioè “enigmatico”. Forse non c’è verità (ideale) al di fuori di quest’opera di deformazione e vestizione. Nel caso di uno schermo estetico si tratterebbe allora di un qualcosa che effettua (per citare il titolo di un altro lavoro di Carbone) una deformazione senza precedenti, una attribuzione senza un sostrato (una ousia) già dato e disponibile che si tratterebbe, semplicemente, di “fotografare”, perché in questo caso la deformazione è l’unica forma di formazione possibile, l’unica luce che, plasmando, dà forma a ciò che di per sé non ha forma alcuna: “nella concezione di MerleauPonty (…) è appunto questa considerazione del ‘velo’ – o ‘schermo’ – del sensibile a trasformarsi radicalmente: anziché occultare le idee, esso – che significativamente ha nella luce una componente essenziale – le rende visibili, scoprendosi possibilità del loro stesso irradiarsi” (124). Lo schermo (delle parole, delle figure, insomma: dell’espressione) è allora uno schermoluce: non una cartacarbone su cui la mano di un demiurgo ricopia le idee, dandone una versione ontologicamente diminuita. Lo schermo non è un supporto neutro, che proprio in virtù di questa supposta neutralità finisce poi per essere la ragione di una versione “seconda” e indebolita dell’originale, ma è un gesto poietico, originale, creativo, produttivo, in cui il virtuale (che di per sé non ha forma) si attualizza (cioè acquista una forma, si illumina). Tanti sono gli “schermi” dell’esperienza quante sono le sue molteplici forme. Il secolo Ventesimo, tra i tanti torti e orrori che gli si possono attribuire, ha se non altro il merito di aver inventato di sana pianta un nuovo schermo: quello del cinema. Il cinema, la musa armata, ha saputo dare una nuova voce alla verità. Alle riflessioni di MerleauPonty sul cinema è dedicata la quinta sezione del libro, Il cinema e l’immagine del pensiero. “Immagine del pensiero” è un