68 Schemi e modelli della macchina pensante (1662-1762) Renato G. Mazzolini Da Cartesio a Haller "Signori, invece di promettervi di soddisfare la vostra curiosità intorno all'anatomia del cervello, io vi faccio qui una confessione, sincera e pubblica, che non ne so nulla". Queste parole introduttive al Discours sur l'anatomie du cerveau, tenuto nel1665 dal giovane e brillante anatomista danese Niccolò Stenone (1638-1686) in una riunione di dotti presso la casa parigina del mecenate e orientalista Melchisédec Thévenot (1620-1694), dovettero suonare agli astanti come una captatto benevolenti&? un po' forzata. Non tanto di questo si trattava, in realtà, ma di una doccia fredda, e i convenuti dovettero presto accorgersene. Quelle parole riassumevano, infatti, con disarmante onestà, la convinzio- ne di un abile anatomista, formatosi alle scuole di Thomas Bartholin (1618-1680) e di Franciscus de la Boe Sylvius (1614-1672), di fronte alle straordinarie teorie sul cervello da poco formulate da Renato Cartesio (1596-1650) e da Thomas Willis (1621-1675). L'opera di Cartesio di cui Stenone si apprestava a parlare era il De Homine, uno scritto redatto presumibilmente verso il1632-33, ma che apparve postumo nel 1662. Egli lo ebbe in mano, ancora fresco di stampa, quando si trovava in Olanda e ne dette notizia a Thomas Bartholin, il 26 agosto 1662, osservando che l'opera conteneva eleganti illustrazioni del cervello, che dubitava però corrispondesse- ro alla realtà. Il 5 marzo 1663 era in grado di affermare che la "excogitata fabrica" del cervello non si accordava con le strutture dei cervelli animali da lui investigati. L'opera di Willis, a cui Stenone avrebbe fatto riferimento, era ancora più recente. Era la Cerebri anatome apparsa a Londra nel 1664. A coloro ai quali "nulla è difficile", e che con sicurezza estrema ritenevano di poter illustrare disposizione, costru- zione e funzione del cervello, Stenone contrappose la cautela e l'atteggiamento dubitativo di un Sylvius che pure, sul cervello, si era affaticato più di chiunque altro a sua conoscenza. A sistemi immaginativi oppose la ricerca di una "certezza convincente" da ottenere tramite la scrupolosa pratica dissettoria. A una serrata critica della base anatomi- ca concernente la teoria cartesiana della ghiandola pineale fece seguire un programma di ricerca anatomica che avrebbe dovuto stabilire in maniera non ambigua la terminologia delle diverse parti della massa cerebrale, le tecniche di dissezione e quelle di illustrazione. Stenone, inoltre, mise in guardia i suoi ascoltatori su una serie di artefatti causati dalla stessa indagine settoria, avvertendo che "ogni anatomista che si è occupato della dissezione del cervello dimostra con l'esperimento quello che ne dice: la mollezza della sostanza gli è talmente obbediente che senza neanche pensarci, le mani formano La scoperta del cervello le parti a seconda che la mente se le è prima immaginate". Uno dei dotti presenti al Discours di Stenone, Jean Chapelain (1595-1674), ne informò il 6 aprile 1665 un proprio corrispondente, elogiando la capacità del danese e rivelando che egli era riuscito a convincere "dell'errore del loro patriarca circa la ghiandola del cervello e il suo uso gli stessi cartesiani, questi dogmatici così ostina ti". Gli argomenti di Stenone furono così utilizzati contro i cartesiani dai gassendisti e dalla Sorbona nella lotta per l'egemonia filosofica. Tuttavia, pur essendo vero che Stenone dimostrò l'inconsistenza anatomica di una teoria specifica di Cartesio, è anche chiaro che egli, al contempo, fece trionfare il programma di ricerca meccanicista che aveva ispirato il De Homine. "Nessuno come lui", scrisse infatti Stenone di Cartesio, "ha spiegato meccanicamente tutte le azioni dell'uomo, e soprattutto quelle del cervello. Gli altri ci descrivono l'uomo stesso, il Signor Descartes non ci parla che di una macchina che pure ci mostra l'insufficienza di quello che gli altri ci insegnano, e ci fa imparare un metodo di ricerca delle funzioni delle altre parti del corpo umano con la stessa evidenza con la quale ci dimostra le parti della macchina del suo uomo; cosa che nessuno ha fatto prima di lui". Stenone accolse lo stratagemma cartesiano di considera- re l'uomo, e dunque anche il cervello, come una macchina, accettò la formula famosa "suppongo che il corpo non sia altro che una statua o una macchina di terra", fece sua la metafora costitutiva della teoria cartesiana sull'uomo, elevandola a principio euristico per nuove ricerche. Mentre Cartesio aveva illustrato una macchina ipotetica del cervel- lo, Stenone si augurava che ricerche ulteriori avrebbero permesso di conoscere la macchina reale del cervello. "Non vi sono che due vie per giungere alla conoscenza di una macchina: l'una, che il costruttore ce ne riveli l'artificio, l'altra, di smontare fino i più piccoli ingranaggi e di esaminarli tutti, separatamente e insieme. [... ] Ora, poiché il cervello è una macchina, non è il caso che noi speriamo di trovarne l'artificio attraverso altre vie da quelle di cui ci si serve per trovare l'artificio delle altre macchine. Non ci resta da fare altro che quello che si farebbe in altra macchina, cioè smontare pezzo per pezzo tutti i suoi ingranaggi e considerare quello che possono fare separata- mente e insieme". Il programma di scomposizione progressiva del cervello, così come di tutto il sistema nervoso, nelle parti anatomiche costitutive, fu perseguito sia con più raffinate tecniche di dissezione, sia con l'ingrandimento ottico e artifici anatomi- ci, da un numero considerevole di anatomisti e fisiologi del secondo Seicento e del Settecento. La realizzazione di tale programma, quando venga considerato come un'impresa