LA ‘RIFORMA’ DEL TEATRO NEL PRIMO SETTECENTO ATTRAVERSO IL « GIORNALE » Stefano Locatelli 1 . Premesse e auspici muratoriani N on sarà inutile ricordare un discorso preliminare di fondo, per avvicinare la questione della riforma del teatro italiano nel primo Settecento attraverso il « Giornale de’ Letterati d’Italia » : il diicile riconoscimento della valenza estetica del teatro e, in particolare, della rappresentazione dal vivo di àmbito pubblico, cui è sot- tesa, ancora tra xvii e xviii secolo la questione, secolare se non millenaria, della ‘im- moralità del teatro’. 1 È pur vero che nell’Italia della prima metà del Settecento « il teatro viene ormai visto non come una pericolosa escrescenza dal corpo della società » ; ma pur sempre esso viene visto come « un fenomeno pieno di pecche e di abusi, che spetta all’uomo di cultura riformare e correggere secondo i dettami di una sana poetica e alla luce della ilosoia morale ». 2 Permane dunque nei fatti, anzitutto, un ‘pregiudizio etico’ che si traduce senza mediazione alcuna in un ‘pregiudizio estetico’. Non sorprende dunque che ancora nel primo Settecento, almeno a livello degli enunciati critici e teorici, risulti ancora misurabile come netto lo scollamento tra uomini di cultura e professionisti del teatro, quelli restii a qualsiasi compromissione con la pratica sceni- ca dei professionisti dello spettacolo. 3 L’Italia sconta in questo un grave ritardo che, salvo eccezioni, avrà per lungo tem- po gravi ripercussioni sia a livello della pratica teatrale sia a livello degli studi, iniciati da un pregiudizio teorico di fondo che, come è noto, arriverà almeno ino a Bene- detto Croce. Ma la prospettiva in efetti, come ha ben evidenziato Taviani, andava cambiando, almeno a livello delle aspirazioni teoriche, grazie soprattutto ad alcuni fondamentali 1 Stiamo parlando di un processo strettamente connesso alla lenta afermazione della autonomia e del valore estetico della scena teatrale, che in Europa è stato al centro di un dibattito secolare, indirizzato anzi- tutto ‘contro’ il teatro, e che viene a sciogliersi compiutamente in Francia già almeno tra la ine del xvii e l’inizio del xviii secolo, ma che in Italia permane ancora forte nel corso del Settecento. Si veda almeno M. Fumaroli, Comédiens et acteurs. L’art du théâtre à Paris de Bossuet à Chateaubriand, in Idem, Exercices de lecture. De Rabelais à Paul Valery, Paris, Gallimard, 2006, pp. 411-459. 2 F. Taviani, Il teatro della morale e della cultura, in La commedia dell’arte e la società barocca. La fascinazione del teatro, Roma, Bulzoni, 1969, p. cxii . 3 Vi è connessa, ancora nel Settecento, anche una certa riluttanza a dichiararsi esplicitamente ‘autori teatrali’ ; permane infatti, anche per tradizione di ‘lunga durata’, la tendenza all’afermazione retorica di una reticenza alle stampe allorché ci si appresta, in qualità di autori, a pubblicare i propri lavori teatrali. Cfr. in proposito, almeno, Cfr. A. Scannapieco, I silenzi dell’Autore. Tradizione del testo nel teatro veneziano tra ’700 e ’800, in « Le sorte dele parole ». Testi veneti dalle origini all’Ottocento. Edizioni, strumenti, lessicograia, a cura di R. Drusi, D. Perocco, P. Vescovo, Atti dell’incontro di studio, Venezia 27-29 maggio 2002, Padova, Esedra, 2004, pp. 213-242.