322 14. Don Paolo alamanno: un contributo per la questione di Johannes Teutonichus Matteo Mazzalupi Uno scultore di Crocifissi lignei di nome Johannes Teutonichus com- pare per quasi mezzo secolo, tra il 1449 ed il 1494, in luoghi disparati dell’Italia centro-settentrionale, da Salò a Firenze, da Pordenone a Perugia, da Gualdo Tadino ad Ascoli Piceno. La ricostruzione della sua attività fu avviata da Margrit Lisner, che nel 1960, sulla base del solo esemplare di San Pietro a Perugia, opera documentata del 1478 la cui paternità era nota fin dall’Ottocento, riunì intorno al nome di Giovanni un ampio catalogo di Crocifissi omogenei per stile, si- tuati in Romagna (Faenza e Rimini, fig. 2), nelle Marche (Urbino, figg. 4, 8), in Umbria (Terni, Assisi, Perugia, Todi, Narni) e nel La- zio (Roma e Rieti) 1 . A questi se ne sono aggiunti altri nei decenni successivi e fino ad anni recenti, soprattutto in Umbria (Foligno, Pie- diluco, Sangemini, Spello, Stroncone, Trevi e ancora Perugia, Ter- ni e Assisi) 2 ma anche in Romagna (Faenza e Sant’Arcangelo, fig. 3) 3 , nelle Marche (Pesaro, figg. 5-6, 12) 4 e in Abruzzo (L’Aquila) 5 . Di particolare rilievo sono state le scoperte di nuovi documenti su Gio- vanni, talvolta collegabili ad opere esistenti: quello precocissimo di Salò, dove lo scultore lavora nel 1449 6 , e poi Firenze e Roma (1457) 7 , Macerata (1461-62) 8 , Pordenone (1466) 9 , Riva del Garda (1479-80) 10 , Gualdo Tadino (1490) 11 , Ascoli (da dove Giovanni inviò un Croci- fisso a Norcia nel 1494, figg. 10-11) 12 . Un’attività tanto intensa e a raggio così ampio, considerato anche che il nome di battesimo del- l’artista è dei più comuni e che tra i pezzi si notano spesso oscilla- zioni di qualità, impone naturalmente una seria riflessione sulla pos- sibilità, ventilata da Daniele Benati, che siamo di fronte ad “un’u- nica bottega che si sposta nel tempo […] che passa nelle mani di vari responsabili, tra i quali il nome Hans, appunto Giovanni, risulta ricorrente” 13 . Non sono mancati negli ultimi anni tentativi più pre- cisi di distinzione all’interno dell’ormai vasto catalogo: Eike Schmidt ha voluto separare un gruppo di Crocifissi della Romagna e delle Mar- che settentrionali – Rimini, Sant’Arcangelo di Romagna, Pesaro – da quello del duomo di Salò e dunque dal nome di Giovanni Teu- tonico 14 ; similmente, Elisabetta Francescutti ritiene che i Crocifissi della chiesa del Cristo a Pordenone, di San Girolamo a Faenza, di San Giovanni battista a Pesaro e del Museo della Città di Rimini spet- tino ad un Giovanni diverso da quello di Salò 15 . In tale ottica è sta- to trascurato il documento gualdese, un pagamento di tre fiorini “ad mastro Ianne todesco et suo compagno” da parte della confraterni- ta di Santa Maria dei Raccomandati per un Crocifisso ligneo 16 : la pic- cola scultura esiste tuttora, trasferita nella chiesa di San Donato, ed è chiaramente ‘tedeschizzante’, ma la qualità appare modestissima, di gran lunga inferiore alle altre prove certe di Giovanni Teutonico, tanto da costringerci a credere che si tratti di un caso di omonimia ovvero che l’opera spetti all’anonimo “compagno” 17 . E natural- mente è ben possibile che tale caso si sia ripetuto altrove. Una nuo- va pista, inattesa, è stata aperta dagli studi su un gruppo di Croci- fissi friulani, che si sono rivelati calchi di un esemplare ligneo, pro- babilmente quello di Giovanni per Pordenone, realizzati in gesso e colla con un complesso sistema di riproduzione 18 . In futuro andrà verificato se altri pezzi del catalogo di Johannes Teutonichus, ma- gari tra i meno brillanti, non siano in effetti anch’essi calchi, anzi- ché originali in legno. Per portare un contributo nuovo alla soluzione della questione, bi- sognerà intanto riprendere in esame le più antiche carte su Giovanni in Italia, quelle di Salò. Nel 1982 Alia Englen pubblicò quattro do- cumenti sulla presenza a Salò di un “magister Iohannes teutoni- chus […] qui est bonus intayator”, che nel luglio 1449 propose a quel Comune di scolpire un Crocifisso per la pieve (l’attuale duo- mo), chiedendo in cambio di essere nominato governatore del lo- cale ospedale di Santa Maria 19 . A questa notizia è stata collegata la monumentale scultura che si trova tuttora nella chiesa e sulla qua- le si è letta, chiudendo così il cerchio, una firma “JH” dipinta sul re- tro della gamba sinistra 20 . In realtà, rileggendo le carte, la questio- ne appare leggermente diversa. Il 29 settembre 1449, data dell’ulti- mo documento salodiano, l’opera non era compiuta, poiché si dice che ancora Giovanni “facit Crucifixum Communi de Salodo”, né l’intagliatore s’era ancora trasferito nell’ospedale di cui era stato no- minato rettore 21 . Dopo ciò, cala il silenzio sull’impresa. Dunque Gio- vanni fece il Crocifisso? I documenti non lo dicono, anzi un atto di nove anni più tardi, pubblicato nel 1999 da Monika Ibsen, sembra affermare il contrario e indirizzare verso un altro autore: il 31 ago- sto 1458 il consiglio generale di Salò accettò la proposta di un “fra- ter Paulus” che voleva scolpire un Crocifisso 22 , probabile segno che l’iniziativa precedente non era andata a buon fine. Dovendo quin- di scegliere tra Giovanni e Paolo, sarà il secondo a doversi conside- rare il più verosimile autore della scultura esistente a Salò. Da rive- dere è anche l’interpretazione della presunta firma, che in effetti non è che uno sgorbio senza significato, nel quale solo coi documenti in mano s’è potuto, forzatamente, leggere un “JH” 23 . Il documento del 1458 tace la patria di frate Paolo, ma, se il Croci- fisso di Salò fosse suo, non si potrebbe dubitare che anche questo se- condo intagliatore fosse un tedesco, come attesta d’altronde nel 1599 un cronista locale, secondo il quale “lo fece uno scoltore, ò intagliatore alamano” 24 . Io credo che lo stesso Paolo alamanno sia il personag- gio di cui parla un rogito anconetano. Si tratta dell’atto di compra- vendita di un Crocifisso stipulato tra l’orafo fanese Bartolomeo d’U- golino, abitante a Rimini e procuratore dell’ospedale riminese di San- ta Maria della Misericordia, e due rappresentanti del capitolo della cattedrale anconetana, datato 5 ottobre 1475. La vicenda è piuttosto intricata, e a complicarne la compresione contribuisce la grafia im-