Fernando Venturini Pietro Saraceno bibliografo e studioso delle fonti Qualche mese prima della sua morte, Pietro Saraceno mi chiese di mandargli via fax le fotocopie della prefazione alla terza edizione dell' Elogio dei giudici scritto da un avvocato di Piero Calamandrei. Non so il motivo della sua richiesta. In questi giorni ho potuto verificare che il volume di Calamandrei è, com'è ovvio, presente nel catalogo della sua biblioteca, nell'edizione del 1935 e nella ristampa del 1989. In questa prefazione, Calamandrei spiega i motivi per i quali il titolo del volume è rimasto lo stesso, dopo venti anni dalla seconda edizione del 1935 nonostante le persecuzioni politiche e razziali, la guerra, i tribunali speciali e "il faticoso decennio del dopoguerra, durante il quale è avvenuto, purtroppo, che gli scandali giudiziari siano diventati a poco a poco l'arma preferita delle lotte di parte [...]. Se la vita dello Stato non precipitò nel caos" scrive Calamandrei "e il domani della liberazione poté vedere l'ordine ristabilito con una rapidità che parve miracolo, a ciò contribuì in maniera decisiva la continuità di una magistratura rimasta fondamentalmente sana anche attraverso la macerazione del ventennio". Quindi ancora elogio, non alle leggi ma alla condizione umana del magistrato italiano "a quest'ordine di asceti civili ... capaci di rimanere con dignità e discrezione al proprio posto anche in tempi di generale rovina". E Calamandrei ricorda alcune figure di magistrati conosciuti negli anni più cupi del fascismo: "Uno è Pasquale Saraceno, consigliere alla corte d'appello di Firenze, ove nel 1944 era arrivato ancor giovanissimo, per concorso, dalla pretura di Viareggio. L'avevo conosciuto negli anni della guerra, mentre era ancora pretore, e spesso veniva a trovarmi nella mia casa al mare. Passavamo lunghe ore a discutere di problemi di diritto, per cercare un rifugio e un diversivo contro quell'angoscia che sempre più ci schiacciava. Egli era tutto preso dai problemi della ricerca della verità nel processo penale: l'errore giudiziario era la sua ossessione. Aveva chiesto, con ingenua serietà, al Ministero il permesso di esser rinchiuso sotto falso nome per qualche mese in un carcere, tra i delinquenti comuni, per misurare coll'esperienza le loro sofferenze e cercare nella realtà del carcere la giustificazione (se c'è) della pena. E soprattutto lo turbava l'idea del povero, preso negli ingranaggi della giustizia, che non ha mezzi né cultura per difendersi anche se è innocente: e gli pareva che la giustizia e il patrocinio, come sono ordinati da noi, si riducessero spesso ad essere un privilegio dei ricchi. Anche egli finì in un modo, che a ripensarlo ora, mi sembra pieno di significati simbolici. Durante le settimane della battaglia di Firenze, mentre nelle vie vicine al centro i partigiani insorti si battevano contro le pattuglie tedesche appostate alle cantonate e contro i franchi tiratori fascisti annidati nei tetti [...] Pasquale Saraceno, che si era rifugiato colla famiglia nel grande palazzo della corte in via Cavour, si affacciò un istante sulla soglia, tenendo per mano accanto a sé il suo bambino. Bastò che si sporgesse appena, e subito una fucilata da un tetto lo colpì: c'era, puntata in permanenza contro il portone della giustizia, la mira di un assassino. Ma il bambino restò incolume: ora sarà un giovinetto. Quando sarà diventato uomo anche lui, sentirà ancora nella sua mano fatta adulta la stretta e l'incoraggiamento di quella calda mano paterna che credeva nella giustizia"[1] ...... Quel bambino era Pietro. Ripeto: non so il motivo della sua richiesta. Certo, egli doveva essere profondamente legato a queste parole di Calamandrei. In esse io ritrovo un filo sottile ma ben saldo che lega una vicenda familiare ad un problema storiografico e che forse aiuta a spiegare la tensione morale caratteristica di tutta l'attività dello