La trasparenza scientifica in archeologia virtuale. Commenti al Principio N.7 della Carta di Siviglia Francesco Gabellone Consiglio Nazionale delle Ricerche Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali, Lecce (ITALY) Tutti i sistemi di visualizzazione computer-based devono essere essenzialmente trasparenti, ad esempio verificabili da altri ricercatori o professionisti, dato che la validità - e quindi la finalità - delle conclusioni prodotte da tali visualizzazioni dipenderà in gran parte dalla capacità degli altri di confermare o rifiutare i risultati ottenuti (Principio N.7 della Carta di siviglia). La stesura di un sistema di riferimento metodologico, di principi universalmente riconosciuti come fondamento scientifico di un modus operandi, sancisce un momento importante per gli sviluppi futuri di una nuova disciplina. Da un lato ne traccia le linee guida per le generazioni a venire e dall’altro ne individua temi di riflessione sullo stato dell’arte. Analogamente per quanto avvenne nell’ambito del restauro, i Principi di Siviglia hanno il valore di una carta, che non definisce un sistema di norme, di leggi, ma gli orientamenti di una vasta comunità scientifica che si propone di dare impulso all’archeologia virtuale come disciplina matura, la quale viva nel rispetto di queste regole e si fondi su metodi scientificamente validi ed ampiamente condivisi. Se gli enunciati della Carta di Venezia del 1964 affermarono che “il restauro deve fermarsi dove ha inizio 1'ipotesi”, potremmo sostenere che l’archeologia virtuale inizia quando finisce il restauro. In effetti, malgrado questa apparente cesura, la distanza tra le due materie è molto più vicina di quanto ci si aspetterebbe, considerando che entrambe le discipline condividono molte finalità. Un primo legame è da individuarsi nella possibilità di dare voce a quella spinta creativa, che sulla scorta di uno studio preliminare, dia luogo ad interpretazioni utili a formulare ipotesi ricostruttive. Nell’evoluzione del concetto di restauro, infatti, l’esigenza di controllare - o meglio frenare - l’atto creativo a favore della pura conservazione è stata una conquista relativamente recente. Il cosiddetto restauro storico, sostenuto ed applicato in Italia da Luca Beltrami fino agli anni ‘30 del secolo scorso, prende come fondamento ideologico le conquiste della filologia e parte dalla convinzione che ciascun monumento è un fatto distinto e concluso. Al restauratore, definito precedentemente come artista-ricreatore che cerca di immedesimarsi nel primo architetto, si sostituisce lo storico-archivista, il quale fonda il suo operato esclusivamente su una documentazione sicura ed attendibile. Così l’architetto-restauratore scrupoloso nei metodi, opera con i documenti alla mano. Luca Beltrami, a Milano, applica questi principi al restauro del castello Sforzesco. Egli si serve dei documenti disponibili, li sceglie scrupolosamente e solo nel momento in cui ha la certezza di ben operare, effettua il restauro storico. Così consente che venga rifatta la decorazione della Sala delle Asse, opera di Leonardo e ricostruisce la torre del Filarete, distrutta nel 1521, della quale si conservano delle stampe incomplete, a livello di schizzo. Questo atteggiamento, produsse dei falsi storici clamorosi che, data la discutibile documentazione, finì per legittimare il restauro stilistico. Potremmo dire che il restauro storico si fondava su sani principi, ma mancando un preventivo controllo e un riferimento normativo rigoroso che validasse quei dati assunti come supporto alla ricostruzione, i risultati erano spesso in contrapposizione con gli stessi assunti di base, quindi dei falsi. In tempi più recenti alcuni studiosi arrivarono a formulare nuove ed inattese teorie, quale evoluzione del concetto di restauro critico. Il progetto di restauro divenne operazione riconducibile a quel rapporto dialettico fra processo critico e atto creativo finalizzato alla reintegrazione dell’immagine originaria dell’opera. In considerazione di questo la reintegrazione del “valore espressivo dell’opera” e del recupero della sua immagine originaria è attuabile attraverso un atto critico, che sappia ricreare una nuova e valida unità figurativa. Questo assunto è anche in linea con quanto dichiarato nella Carta Italiana del Restauro del 1972 (Art. 4) ove si formulano i tre principi fondamentali del restauro: mantenimento, trasmissione al futuro e facilitazione della lettura. Il desiderio di decifrare, tradurre, rendere comprensibile, significa accostare una interpretazione critica alla visione sterile e diretta di resti monumentali, restituendone idealmente l’immagine, quindi ricostruendo. È l’inizio di un nuovo modo di concepire i Beni Culturali ed il restauro stesso. Nella carta di Amsterdam (Carta europea del patrimonio architettonico) del 1975, all’articolo 5 si legge che “il patrimonio architettonico ha un valore educativo determinante”, concetti poi ribaditi nel simposio del 1978 tenutosi in Messico: il restauro ormai inteso come pura conservazione apre le porte ad un concetto più ampio, che recepisce il valore di testimonianza storico- artistica come fondamento educativo, capace di attrarre, di generare interesse turistico, ricchezza. Facilitare la lettura di un monumento equivale a rendere trasparenti e intelligibili le sue trasformazioni, la sua identità, le sue origini, la sua ragion d’essere. Ma tutte queste