Teoria di trame come distrazione. Stefano Tedeschi Normalmente la recensione di un libro dovrebbe fornire al lettore qualcosa di simile a un manuale di istruzioni, per accompagnarlo in una lettura più lucida e consapevole. Mi chiedo se sia possibile farlo per un romanzo dove l’autore stabilisce fin dall’inizio la regola per cui ogni lettore può costruirsi un personale manuale di istruzioni. Non sarà allora questa recensione un’impresa da classificare tra quelle del tutto inutili? Eppure si dovrà tentarla, e dato che da qualche parte si dovrà pur cominciare, tanto vale farlo dal principio, che di solito è il titolo. Componibile 62 è il libro che Julio Cortázar pubblica nel 1968, dopo averci lavorato per più di tre anni. Tutto nasce dal capitolo 62 di Rayuela, uno dei “capitoli prescindibili”, quando Morelli, alter ego dello scrittore argentino, immagina un romanzo in cui tutto “sia come un’inquietudine, un’agitazione, uno sradicamento continuo, un territorio dove la causalità psicologica arretrerebbe sconcertata”. Quel libro rimane allo stato di progetto e quando Cortázar lo riprende, propone ai suoi lettori un “modello da costruire” (così recita il titolo originale, 62.Modelo para armar), senza inserire però alcun “manuale di istruzioni”, come invece aveva fatto nel romanzo maggiore. Componibile 62 non fu ben accolto: quel tentativo sembrò troppo radicale, non del tutto riuscito, e quello sperimentalismo tutto letterario stonava davvero in quell’anno che sembrava richiedere tutt’altro. Eppure è proprio Componibile 62 che inaugura l’ultimo periodo della sua produzione, quello dei testi inclassificabili, dei giochi, dell’umorismo, ma anche dell’impegno politico, della militanza dichiarata, di quella che potremmo definire una “sperimentazione etica”. A dire il vero oggi di quel “manuale” forse non sentiamo tanto la mancanza. Per il nostro sguardo postmoderno il romanzo ha un andamento fin troppo lineare: i cambiamenti repentini di scenario o di voce narrante, che alla fine degli anni sessanta potevano ancora sorprendere, oggi non ci stupiscono più: lettori e spettatori di film (basterà ricordare González Iñarritu e i suoi 21 gramos o Babel), si sono ormai abituati ad ogni sorta di costruzioni a incastro, in cui storie e personaggi si intrecciano grazie a piccoli e apparentemente insignificanti dettagli. Qui l’esperimento in effetti non riguarda tanto la struttura della narrazione, ma qualcosa di più radicale. Lo stesso Cortázar lo spiega nel prologo, e in due brevi saggi che pubblicherà in Ultimo round, quando definirà 62 come “esperimento degli esperimenti”, dove si tratta di affrontare il “piano del significato”, vale a dire cercare di dare un senso alle storie che si susseguono nelle pagine del modelo para armar. Pagine in cui si muove un bel gruppo di cronopios assortiti (oltre a qualche speranza e di certo una fama), che hanno una vita quotidiana, con lavori da svolgere e impegni da rispettare, ma che allo stesso tempo ne hanno anche un’altra, una “vita tacita che ha poca attinenza con il quotidiano o l’astronomico, un influsso che lotta contro la facile dispersione in qualsivoglia conformismo o qualsivoglia ribellione più o meno privi d’iniziativa propria”. I personaggi di 62 si incontrano allora al Cluny, nel Quartiere Latino,