Nuns. A history of convent life. 1450-1700. Silvia Evangelisti. Arcangela Tarabotti, nata nel 1604 e morta nel 1652, era la maggiore di cinque figlie ed essendo disabile, avrebbe trovato difficilmente qualcuno disposto a sposarla. Così all'età di undici anni venne mandata dalla sua famiglia nel convento benedettino di Sant'Anna di Castello, a Venezia, per esservi educata. A sedici anni la giovane prese gli ordini minori e tre anni dopo quelli superiori. Come lei stessa afferma nei suoi scritti, il tutto avvenne contro la sua volontà e sotto l'obbligo del padre. Una volta chiusa nel convento Arcangela Tarabotti si dedicò alacremente alla scrittura, producendo un discreto numero di opere, che riflettevano le sue idee su numerosi argomenti: la monacatura forzata (L'inferno monacale, 1643 ca.), la critica del sistema patriarcale (La tirannia paterna), la mancanza di attenzione per l'educazione femminile e la consistente differenza tra le possibilità concesse agli uomini e quelle date alle donne (Che le donne siano della stessa spezie degli uomini , 1651). Dunque la Tarabotti fu una delle poche monache che prese parte a quella che viene definita “querelle des femmes”. La vita di Arcangela proseguì sulla strada dell'apprendimento e della curiosità per le nuove conoscenze. Del resto le fu concesso di avere libri e di ricevere visite, che comprendevano anche alcuni membri dell'Accademia degli Incogniti, un gruppo importante di pensatori veneziani molto influenti. Il nome di questa monaca, di cui ho brevemente riassunto la vita, ricorre molto spesso nel saggio della Evangelisti, in quanto rappresenta un esempio molto significativo e un buon punto di partenza per cercare di elaborare un discorso conciso e chiaro sul ruolo e le vicende delle monache durante l'età moderna. Il primo punto su cui ritengo sia necessario soffermarsi, e a cui la Evangelisti dedica il primo capitolo, è quello della motivazione che spingeva una giovane donna a scegliere di diventare monaca. All'interno dei conventi, infatti, si trovavano molte donne che avevano abbracciato la vita monastica più o meno volontariamente. Alcune certamente avevano deciso di vestire l'abito per una vocazione reale e concreta (che comunque non era così facile da seguire, soprattutto nel caso di giovani ricche e primogenite), altre avevano imboccato questa strada per non essere costrette a sposarsi, ma senza una vera e propria volontà di vivere una vita religiosa, altre ancora erano donne che si trovavano in difficoltà (povertà, prostituzione, disgrazia economica) o che avevano perso il marito e dovevano trovare una cornice onorabile dove potersi redimere o dove poter vivere il tempo che restava loro. Accanto a tutte queste esisteva però una buona parte di monache che si era trovata a condurre un tipo di vita che non aveva affatto scelto. “ Two thousand or more noble women...in this city live locked up in monasteries as if they were a public store...they are confined within those walls not for spirit of devotion but because of their families, making their freedom, so dear even those lacking the use of reason, a gift not only to God, but also to their city, the world, and their closest relatives” 1 Il convento, infatti, restava una valida alternativa al matrimonio e soprattutto alla grossa somma di denaro che ne conseguiva. Mettere una figlia in convento comportava una serie di vantaggi: la giovane veniva educata, poteva aspirare a raggiungere delle posizioni di prestigio e in particolare pesava meno sulle finanze familiari, in quanto la dote ecclesiastica era di gran lunga inferiore rispetto a quella matrimoniale. Tutto ciò avveniva a discapito di ragazze come Arcangela Tarabotti che si trovavano a dover sottostare a rigide regole, ad abbandonare il loro stile di vita e a limitare al minimo i contatti con il mondo di cui facevano parte. In realtà esistevano numerose sfaccettature anche all'interno dei conventi, che non erano affatto luoghi elitari come potremmo pensare. Sussisteva, infatti, una distinzione tra suore del coro o suore velate, donne aristocratiche che aspiravano alle cariche più importanti nel sistema conventuale ed erano dispensate dai lavori manuali, e suore serventi o conversae, cioè giovani di bassa estrazione sociale, che avevano quindi pagato una somma minore per entrare nel convento e che dovevano occuparsi di tutti i lavori umili, venendo escluse dall'alfabetizzazione e dai 1 _S. Evangelisti, Nuns. A History of convent life. 1450-1700., Oxford, Oxford University Press, 2007, p. 21