L ibri del mese / segnalazioni i L r egno - attuaLità 5/2015 332 LXXX S. Zamboni, TEoLoGIA DELL’AMICIZIA, EDB, Bologna 2015, pp. 65, € 7,50. I l fenomeno dell’amicizia, antico e sempre nuovo nella riflessione umana, è analizzato da Stefano Zamboni, docente all’Accade- mia alfonsiana, dal punto di vista teologico ed etico, coll’ausilio di autori come Kant, Kierke- gaard, Nietzsche, Florenskij, Ricoeur e Simone Weil, oltre ovviamente ad Aristotele e a S. Tommaso. Non si tratta tanto dello sforzo di definire – sinteticamente ed esaustivamente – ciò che significhi amicizia, quanto piuttosto di descriverla a seconda di come essa appare e, soprattutto, di metterla in relazione con la religiosità e la moralità. Zamboni coglie anzitutto la parados- salità, la non-ovvietà e l’apparente impossi- bilità dell’amicizia, applicando a essa la categoria di «polarità», formulata in modo esemplare da Romano Guardini (7-24). In tre passi si analizzano le coppie di opposti tra i quali l’amicizia si estende: amico/fratello, amico/prossimo e amico/nemico. Ciò vuol dire che l’amicizia implica l’esistenza del polo opposto: non vi sarebbe nessun ami- co, se non si desse (almeno come possibili- tà) la presenza di un fratello, di un prossimo, di un nemico. Seguendo questa tesi guardi- niana, potremmo dire che in ogni amico è presente qualcosa del prossimo, in ogni fra- tello qualcosa dell’amico, e nemmeno il ne- mico è la negazione assoluta dell’essere amico. Successivamente l’amicizia è letta nell’ottica della fede (25-45). A partire so- prattutto da due testi evangelici (Gv 15,1-11 e Gv 21,15-19), viene approfondito il senso del «dare la propria vita» come segno d’amici- zia alla luce del modello cristologico. In tale contesto, «il dare la vita, il compimento dell’amore più grande, è reso possibile solo sul fondamento dell’amore ricevuto» (32) e non va limitato esclusivamente alla morte per l’altro (50). La chiamata elettiva da parte di Gesù non è un’amicizia settaria, bensì è aperta alla trascendenza. Non viene trascurato l’aspet- to dell’amicizia-amore come «comanda- mento», che è co-originario a quello del- l’«elezione»: l’amico è diverso dal servo (nel senso servile) perché rimane libero, ma la forma cristologica dell’amicizia è tale da non permettere una divisione tra dono e comandamento, tra fiducia ed esigenza (37). Inoltre, sul modello di Gesù, amando si riconosce l’altro come degno d’amore nella gratuità per il suo stesso essere («ricono- scenza») e si riconosce, verifica e istituisce l’amico come un altro («riconoscimento»). L’ultimo momento a cui si rivolge l’atten- zione di Zamboni è l’interpretazione tom- masiana dell’amicizia di Cristo come com- municatio che porta alla comunione, oltre agli aspetti di benevolentia e mutua ama- tio, che ne fanno un equivalente della carità stessa. In terzo luogo viene messa a fuoco l’a- micizia come virtù, traendone le implica- zioni etiche (47-62). L’amicizia, come anche l’amore, è tutt’altro che un affetto; al con- trario ha bisogno di essere praticata, il che esige la promessa (almeno implicita) del «per sempre» e la fedeltà, che si nutre di ri- petizione (49). Essa è così luogo privilegiato per comprendere la giusta relazione fra l’io e il tu, collocandosi tra la stima di sé e la sollecitudine per l’altro (Ricoeur). In modo particolare viene sottolineata la «similitudine» (accanto all’«irreversibilità» e «insostituibilità») come elemento struttu- rale che protegge dal cadere nelle opposte tentazioni dell’invidia e del narcisismo (55). Lo scopo e la norma di ogni vera amicizia è infatti il bene: volere il bene per l’altro, ge- nerarlo al bene, riferendosi però sempre anche alla giustizia (59). L’amicizia, insom- ma, cerca l’autentico volto dell’altro, men- tre scopre anche il vero sé. Lungi dall’essere un «egoismo a due», l’amicizia è radical- mente aperta a un tertium quid, di cui ha bisogno per sussistere, e che esplicitamen- te viene trovato nell’amicizia in Cristo (61). Nel breve paragrafo conclusivo, Zam- boni suggerisce che «nell’autentica amicizia c’è sempre uno spazio di trascendenza» (63), di apertura al mistero, ovvero che essa comporta a un certo momento anche il «camminare silenziosamente lungo strade silenziose» (64) e che è dunque un cammino continuo. Due sono le premesse ermeneutiche ri- levanti del saggio: la prima è che «la teolo- gia cerca d’interpretare ogni realtà umana attingendo alla memoria Iesu» (25) e la se- conda è che la pretesa cristiana è quella «dell’assunzione, della purificazione e del compimento di ciò che costituisce la trama vitale dell’humanum» (62). Cristo, che illu- mina tutti i valori, dà anche la pienezza del senso all’esperienza umana dell’amicizia. Ne discende che in ogni vera amicizia vi è qualcosa di «cristiforme», tanto che si può parlare della «forma cristologica dell’amici- zia» (33, 48) o del «terzo cristico» (61) pre- sente tra i due amici. Questa verità designa al contempo l’ideale a cui conformarsi, ov- vero il criterio per giudicare l’altezza di un’amicizia. Un aspetto importante è che l’amicizia è sempre imperfetta, non può non trovarsi fondamentalmente in cammi- no, ma in ogni stadio è già di per sé orienta- ta verso il suo fine. Date queste premesse, l’amicizia può e deve essere purificata dai sospetti che su di essa gravano, diventando persino un locus theologicus. Vi è infatti «feconda circolarità» tra l’esperienza quoti- diana dell’uomo e la forma rivelata da Cri- sto (48). Un altro paradosso che compare in vari punti nel testo è quello tra l’alter ego e l’al- ter ipse. Da un lato, la persona dell’amico come un alter ego può significare negativa- mente che «l’io non esce dal rapporto con sé: l’altro è (…) io raddoppiato» (15), ovvero che nell’altro l’io vuol bene a se stesso; dall’altro lato, l’amico inteso come alter ipse può designare «non un rispecchiamen- to che riproduca l’io, ma un’autentica simili- tudine» (54). Questi due approcci vanno visti insie- me come complementari, evitando di cer- care nell’altro (amico) esclusivamente la si- militudine a sé o l’alterità per supplire a ciò che manca al sé. L’espressione alter ego sottolinea proprio la tensione tra similitudi- ne (amico come un altro io) e diversità (ami- co come un io altro); entrambi sono un compito, una sfida e al contempo anche un rischio ineludibile. In conclusione, quale definizione viene offerta qui dell’amicizia? Chi è un amico? Proprio a partire dalla rivelazione cristolo- gica emerge questo: «L’amico è colui che sento appartenermi, che non mi è estraneo, è colui che per elezione (e non semplice- mente per natura) mi è caro, è (reso) simile a me, a me prossimo, vicino, confidente» (35- 36). L’amicizia è contrassegnata dalla gratui- tà e dalla reciprocità. Anche se non viene qui sviluppata la differenza tra amore e amicizia, è rilevante la considerazione che la philia non è affatto inferiore all’agape, come a volte si sente dire in teologia, quan- do si parla dell’amore intra-trinitario, del primato dell’amore agapico ecc. Non si tratta, invece, di un’altra forma dello stesso amore, testimoniato anch’esso da Cristo? Zamboni, in questo breve saggio, tenta di non rinchiudere la teologia in se stessa, ponendola dinanzi ai temi essenziali dell’uomo di ogni tempo. È da auspicare che essa indaghi anche altri ambiti della vita umana che possono arricchire l’esperienza di fede. Di essi l’amicizia umana è solo un esempio. Jakub Rajčáni