La letteratura e l’epigrafia del mondo classico – greco e latino – hanno designato il giardino attraverso tutta una serie di vocaboli differenti: ke- pos (giardino, ma anche orto), alsos (bosco sacro), leimon (prato), or- chatos (frutteto), paradeisos e, in latino, hortus e viridarium. A oggi, man- ca uno studio esaustivo dei termini greci e latini e dei loro campi semantici e il quadro risulta molto disordinato e negligente anche in me- rito alle specificità letterarie e all’evoluzione diacronica dei termini 1 . A enucleare il nodo del problema vale di per sé il vocabolo parádeisos, certamente più noto nella forma traslitterata “paradiso” che nell’origi- nario significato greco di “giardino”. Il termine è un calco dal medio ira- nico. Secondo Chantraine 2 , l’avestico conosce pairi-daeza (muro di cin- ta, da cui in greco peritoichos) e il suo significato originario è quello di parco chiuso in cui talora si trovano animali selvaggi; solo con la versio- ne dei Settanta diventa giardino e, poi, giardino dei beati. La prima attestazione della parola paradeisos è in Senofonte 3 , che nel- l’Economico descrive il meraviglioso giardino che, secondo la tradizione, Ciro il Giovane aveva progettato e curava personalmente: «Si dice che Ciro, quando Lisandro venne da lui per portargli i doni degli allea- ti, tra gli altri segni di cordialità (…) gli abbia mostrato personalmente – a detta sua – anche il «paradiso» di Sardi. Lisandro ne rimaneva meravigliato: gli alberi erano belli, piantati a distanza regolare e tutti formavano angoli perfetti; molti e gradevoli erano i profumi che li accompagnavano nella loro passeggiata. Meravi- gliandosi di ciò disse: «Sono proprio meravigliato, o Ciro, per la bellezza di tut- to questo, ma molto di più ammiro chi ha misurato e disposto ogni cosa». Ciro, ascoltato ciò se ne compiacque e disse: «ebbene, sono io, o Lisandro, che ho mi- surato e disposto tutto questo, e ci sono degli alberi che ho anche piantato per- sonalmente». (Trad. F. Roscalla). I Greci e i Romani, questi ultimi a partire dal II sec. a.C. conobbero be- ne l’ars topiaria 4 e conosciamo numerose descrizioni di giardini (basti ci- tare Cicerone e Plinio il Giovane) 5 , ma, se si focalizza l’attenzione sui giardini pensili, i più celebri furono quelli di Babilonia. Scopo del pre- sente contributo è di evidenziare quali fonti, letterarie e archeologiche, fossero note agli artisti del Quattrocento, e specificamente a Bramante, che progettò quello del castello di Vigevano. Le fonti che trattano di giardini pensili di Babilonia sono esclusivamen- te fonti classiche. Non esistono testi in cuneiforme né iscrizioni babilo- nesi che facciano riferimento a una costruzione ricollegabile a un giar- dino reale di grande effetto 6 : un giardino che, se dobbiamo credere alle ricostruzioni posteriori, costituiva una straordinaria novità tecnologica. Invece, fonti epigrafiche assire ricordano giardini e frutteti in Assiria, a Ninive in particolare 7 , ma esse non saranno prese in considerazione in quanto ignote a Bramante e ai suoi contemporanei. Tra le fonti classiche, solo alcune testimonianze si soffermano in modo esteso nella descrizione, e non nella semplice menzione, dei giardini ba- bilonesi 8 . Sorprendentemente, manca Erodoto che, pur avendo visitato Babilonia, non fa alcun riferimento ai giardini ancorché descrivendo la «città così magnifica che non c’è al mondo un’altra che le si possa para- gonare» 9 . Dai loro scritti si delineano alcuni elementi comuni. I giardini, voluti da un re per compiacere una donna, moglie o concubina che fosse, si esten- devano su quattro lati lunghi circa 125 metri ciascuno; su questa base si disponevano su più livelli le terrazze fino a un’altezza massima di 25 me- tri. Occorre prestare attenzione alla metrologia fornita dagli autori anti- chi, il cui scopo precipuo è di evidenziare come una delle meraviglie del mondo fosse tale, a buon diritto, proprio per l’essere sovradimensiona- ta 10 . L’effetto frontale doveva essere quello di una struttura simile a un teatro; visti da lontano, per il loro aspetto rigoglioso apparivano simili a un monte. Ogni terrazza era sostenuta da una costruzione di colonne o pilastri in pietra: solo Strabone riferisce di mattoni cotti e bitume 11 , at- ta a sopportarne il peso. Ogni porticato generava una galleria, la più al- ta, di circa 25 metri di altezza, era posta allo stesso livello della cinta mu- raria. Affinché le terrazze potessero sostenere lo strato profondo di terra, le piante e l’acqua necessaria all’irrigazione, dovevano essere im- permeabilizzate: la descrizione più accurata è quella di Diodoro 12 che menziona innanzitutto un primo strato di canne bitumate (secondo Fi- lone erano legni di palma 13 ), cui seguiva una doppia serie di mattoni cotti connessi tra loro con gesso, e, infine, un terzo strato sovrapposto di tettoie di piombo, affinché l’umidità proveniente dalla terra accumulata sopra non trapassasse in profondità. Ogni terrazza riceveva luce e con- teneva delle stanze. All’ultimo livello si accedeva per mezzo di una sca- la, lungo la quale correvano delle pompe a spirale attraverso cui l’acqua veniva portata di continuo dall’Eufrate, che scorreva lungo l’edificio dei giardini, dagli «addetti a questo scopo» scrive Strabone 14 con «mac- chine per pompare l’acqua» riferisce Diodoro 15 , «artifici meccanici» ri- porta Filone 16 . I giardini veri e propri contenevano alberi dalle grandi foglie, alberi da frutto e una grande varietà di fiori. Ed è questa la ca- ratteristica unica a cui si deve il fascino dei giardini di Babilonia rispet- to alle Sette Meraviglie: quella d’essere stata ideata unicamente per uno scopo edonistico ed estetico. La struttura è difficilmente ricostruibile sulla base delle descrizioni 17 : tuttavia, appare chiaro come, accanto all’impermeabilizzazione, il prin- cipale problema dei giardini pensili sembra esser stato quello dell’ap- provvigionamento idrico. La questione è così complessa che, nel 1989, l’allora governo iracheno bandì un concorso per risolvere il mistero 18 . Come è noto, la guerra del Golfo e gli avvenimenti successivi fecero ter- minare il progetto. Stevenson, in uno studio del 1992 19 ha proposto al- cune soluzioni, avanzando convincentemente l’idea che il meccanismo non dovesse essere la vite di Archimede, ma la noria per una serie di ra- gioni 20 . Descritta per la prima volta da Vitruvio 21 , la noria è una ruota di grande diametro, verticale, munita di raggi di legno che terminano a 12 13 1 FONTI ANTICHE PER IL GIARDINO DEL RINASCIMENTO Maria Elena Gorrini Università degli Studi di Pavia forma di pala. L’acqua in movi- mento spinge le pale facendo girare la ruota la quale, con i numerosi contenitori (otri, sec- chi, vasi) collocati sulla circon- ferenza, solleva l’acqua. Se la spinta dell’acqua è considere- vole si possono raggiungere grandi altezze: esistono norie con un diametro superiore ai 20 metri, alcune ancora operanti in Siria, ad Hama 22 . Che gli ar- chitetti e gli artisti del Rinasci- mento fossero a conoscenza di questi strumenti per sollevare l’acqua è provato da alcuni di- segni di Mariano di Jacop e di Leonardo da Vinci, oltre che dalle versioni illustrate, per così dire, di Vitruvio, tra cui , e.g., quella di Fra Giocondo 23 . Dal punto di vista archeologico, non esiste alcuna evidenza di giardini pensili a Babilonia. Il sito fu investigato dal tedesco Rnome. Koldewey tra il 1899 e il 1917 24 , e, in anni recenti, dall’Università di Torino, pri- ma che la guerra costringesse a sospendere ogni attività e causasse plu- rime distruzioni 25 . Koldewey pensò di collocare i giardini nel palazzo meridionale, poiché nei suoi scavi aveva individuato una struttura co- perta da volte a botte, provvista di quattordici stanze e di un pozzo con dei fori, ipoteticamente considerato il meccanismo idrico dei giardini 26 . Questa teoria però trova un ostacolo nella lontananza dal fiume. Per questo motivo D.J. Wiseman ha proposto di collocare i giardini «sopra e a settentrione della grande muratura a ovest» del palazzo Meridionale presso le rive dell’Eufrate: se così fosse, essi a oggi sarebbero stati divo- rati dal fiume, il cui corso è deviato rispetto ai tempi di Nabucodono- sor 27 . Più recentemente Stephanie Dalley, partendo dall’analisi delle fonti orientali, ha ipotizzato una confusione tra Babilonia e Ninive: nel silenzio delle fonti babilonesi quelle assire forniscono invece copiose informazioni sull’esistenza di giardini, su opere idrauliche di deviazione di fiumi; in ragione di ciò, la studiosa colloca i giardini pensili a Ninive, non a Babilonia 28 . In ogni caso, non conosco relazioni di umanisti nel Quattrocento in Medio Oriente che possano in qualche modo suppor- tare la possibilità che i giardini esistessero ancora in quell’epoca 29 . In seguito, viaggiatori hanno potuto documentare in Medio Oriente la pre- senza di veri e propri giardini pensili 30 , mentre quelli di Nabucodono- sor sono irrimediabilmente perduti. Pertanto, Bramante e gli artisti del Quattrocento debbono essersi ispi- rati alle descrizioni dei giardini di epoca classica: occorre dunque do- mandarsi quali, tra le fonti che dif- fusamente li descrivono, potevano esser note nel XV secolo alla corte milanese, così da essere serviti come modello per la realizzazione del giardino pensile di Vigevano, realiz- zato proprio dal Bramante 31 . Il Cesariano dice Bramante “illette- rato” 32 : tuttavia, come sottolinea Bruschi 33 , l’esser “illetterato” si- gnificava soltanto che non conosce- va a perfezione il latino e che non aveva seguito un regolare corso di studi. Il Bramante in realtà doveva avere una certa cultura - pure pro- babilmente frammentaria e da auto- didatta - come risulta da documen- ti e testimonianze. Gaspare Visconti lo celebrava anche come poeta e come uomo di innumerevoli “cognitioni”; Vasari, a sua volta, scrive che «dilettavasi della poesia e volentieri udiva e diceva improvviso in su la li- ra». Rimangono infatti di lui più di venti sonetti - rozzi ma vivaci - di ar- gomento amoroso, religioso e giocoso, che costituiscono una fonte non trascurabile per individuare alcuni aspetti del carattere dell’uomo 34 . Durante il periodo milanese, sembra che Bramante si occupasse anche di questioni teoriche e scientifiche lasciando su di esse scritti e dise- gni 35 . Alla luce di queste considerazioni, è legittimo postulare che Bra- mante potesse conoscere alcuni dei testi che descrivono i giardini pensi- li babilonesi. L’opera di Giuseppe Flavio fu fatta tradurre in latino già da Cassiodoro nel monastero di Vivarium, e le traduzioni latine dello storico erano as- sai note nel Medioevo 36 . La prima edizione delle sue opere in greco, in- vece, fu effettuata a Basilea nel 1544 37 . Il volgarizzamento del testo latino di Giuseppe Flavio si data al tardo Quattrocento: i tre manoscritti più antichi, fiorentini, sono di quest’e- poca. Il più antico (Fi BR 1537) si deve alla mano di Zanobi Bartolini Salimbeni, morto nel 1466; il secondo (Fi BML S. Marco 384) data al- l’ultimo quarto del XV secolo; il terzo (Baltimore JHUL Garrett 11) da- ta anch’esso agli anni finali del secolo 38 . Anche l’analisi della lingua ha rivelato la presenza esclusiva di forme fiorentine maturamente quattro- centesche. Quindi, il testo volgarizzato di Giuseppe Flavio circolava già nel XV secolo. Il testo di Curzio Rufo era ben noto agli umanisti, e certamente alla cor- te viscontea: Pier Candido Decembrio, pavese, segretario della corte 1. Le mura di Babilonia e, in secondo piano, i giardini pensili. Maarten van Heemskerck (1498-1574), incisione. Da P.A. Clayton – M.J. Price, Le sette meraviglie del mondo, Torino 1989, tav. n°. 5.