Riv. Geogr. Ital. 122 (2015), pp. 119-142 FLAVIA CRISTALDI I NUOVI SCHIAVI: GLI IMMIGRATI DEL GRAN GHETTO DI SAN SEVERO 1. INTRODUZIONE. – Il mercato del lavoro italiano è attraversato ormai da tempo da un processo di forte segmentazione per il quale strati sociali e gruppi etnici rimangono imbrigliati in alcune tipologie occupazionali con scarse possibilità di ascesa sociale. Gli immigrati, pur se in possesso di competenze specialistiche, rappresentano braccia a basso costo da utilizzare con buon profitto nel settore informale, soprattutto in quelle attività caratterizzate da un uso intensivo su sca- la temporale e spaziale, come ad esempio alcuni lavori agricoli. La mancanza di legami familiari, comunitari e territoriali, le necessità di guadagno, le differenze culturali, la scarsa conoscenza dei propri diritti e le difficoltà linguistiche, costi- tuiscono tutti elementi che caratterizzano un esercito di lavoratori disposti ad accettare anche situazioni disumane e di sfruttamento para-schiavistico. Lungi dall’essere un esercito di riserva, bensì un elemento funzionale all’in- tero sistema economico, tale collettività si rapporta ai proprietari terrieri italiani e agli intermediari (italiani e stranieri), i cosiddetti caporali, finendo per vivere ai margini della società in situazioni spesso peggiori di quelle vissute nel paese di partenza. La marginalità è rappresentata non soltanto dalla precarietà occupazionale, ma soprattutto dall’assenza dei diritti fondamentali. Mancano i contratti regolari, i compensi sono ad di sotto dei minimi riconosciuti, la libertà di movimento è for- temente limitata per cui persiste uno stato di soggezione continuativa. Anche gli alloggi esprimono la precarietà e la marginalità di questi individui, costringendo gli immigrati a vivere sotto una lamiera infuocata (quando c’è), in agglomerati temporanei spesso privi di luce elettrica, acqua potabile e servizi igienici, andan- do soggetti al controllo e alle imposizioni dei caporali. Questi agglomerati tem- poranei, costruiti con materiali di recupero, sono localizzati in aperta campagna, proprio lì dove la stagionalità richiede manodopera per la raccolta dei prodotti agricoli. Nati spontaneamente in mezzo alla pianura, situati in luoghi non segna- lati nei quali si arriva con il passaparola, questi veri e propri ghetti in aree rurali accolgono al loro interno centinaia di immigrati, arrivando, in alcuni periodi, ad ospitarne anche più di mille. Nell’area foggiana i ghetti prevalentemente estivi si diffondono tra i campi coltivati: oltre al Gran Ghetto di San Severo si annovera quello di Cicerone, dove vivono braccianti maliani e ivoriani, quello di Borgo Mezzanone, alle spalle del