67 s.i.b.m. 66/2014 EMISSIONI SOMMERSE DI CO 2 LUNGO LE COSTE DELL’ISOLA D’ISCHIA: Rilievi su altre aree come possibili laboratori naturali per lo studio dell’acidiicazione e cambiamento climatico a mare “Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, per tracciarvi a ianco nuovi cammini” (Josè Saramago) L’isola d’Ischia è ben nota per le sue risorse ambientali, culturali e paesaggistiche sia a terra che a mare che hanno portato nel 2008 all’istituzione dell’Area Marina Protetta del Regno di Nettuno (Gambi et al., 2003), di diversi Geositi terrestri e marini (Monti, 2011), e di recente all’ipotesi di proporre l’isola come patrimonio mondiale naturale e culturale dell’umanità (Leone e Greco, 2014). Ischia presenta una lunga e ben documentata storia vulcanica; le eruzioni hanno generato diferenti rocce basaltiche e numerosi depositi di frane detritiche anche a mare (Chiodini et al., 2004; de Alteriis et al., 2010), che fanno delle coste e dei fondali sommersi dell’isola un “arcipelago” di secche, scogli e faraglioni, canyons, duomi vulcanici, falesie verticali e grotte, di elevata complessità. Ben lo conoscono i pescatori locali, sulla base delle cui indicazioni Gino Cervera pubblica nel 1955 una carta “artigianale” di queste strutture sommerse, ripubblicata di recente da Monti (2011) (Fig. 1). La complessità geo-morfologica dei fondali dell’isola si rilette in una elevata varietà di ambienti con caratteristiche ecologiche molteplici che favoriscono una biodiversità elevata ed una struttura a mosaico di habitat e comunità (Gambi et al., 2003). Nell’isola di Ischia quindi le relazioni tra geologia e biologia sono strette ed imprescindibili per capire le emergenze naturalistiche ed ecologiche marine, incluso il dominio pelagico, fortemente inluenzato ad esempio dalla presenza delle testate del canyon di Cuma ed altri canyon nel versate sud dell’isola che favoriscono la presenza di popolazioni cospicue e permanenti di diverse specie di cetacei (Mussi e Miragliuolo, 2003). Il vulcanismo pregresso dell’area si manifesta ancora oggi attraverso una intensa attività idrotermale e fenomeni di emissione gassosa e fumarole presenti in varie parti interne e costiere dell’isola che testimoniano la presenza di cospicui depositi soprattutto di CO 2, che, a causa della ancora intensa attività tettonica dell’isola, sono in una condizione di “degassing” (Pecoraino et al., 2005). Alcuni aree di emissione di gas sono presenti anche attorno alle coste dell’isola; le caratteristiche geochimiche ed isotopiche dei gas sono state studiate da diversi autori e sintetizzate da Tedesco (1996), che identiica anche 5 siti costieri supericiali nella parte nord-est ed est dell’isola (Fig. 2) interessati da emissioni (al 95% composte da CO 2 e senza presenza di solfuri tossici): all’interno del porto d’Ischia, in località “porto San Antonio”, al Castello Aragonese, nella costa della Baia di Carta Romana e nella Grotta del Mago (Fig. 2). Le emissioni presso i siti del Castello Aragonese e della Grotta del Mago erano conosciute anche dai ricercatori biologi marini ino dagli anni ’70 (come riferito da comunicazioni personali di ricercatori che hanno lavorato in queste aree: Ott J., Pronzato R., Pansini M., Cinelli F., Boudouresque C.-F., Russo G.F.), osservazioni aneddotiche di alcuni di questi colleghi e mie personali indicano anche che nel lato nord del Castello le emissioni erano assenti nei primi anni ’80, a testimonianza di quanto variabili nel tempo possono essere questi fenomeni. Si è anche stimato che i “vents” del Castello in particolare potrebbero avere un’età di circa 1900-1800 anni (Lombardi et al., 2011), considerando che scavi pregressi hanno messo in luce nella Baia di Cartaromana (lato sud del Castello Aragonese) un insediamento industriale romano comprendente una fonderia di piombo e una fabbrica di vasellame (Monti, 1980), nonché scavi recenti ed ancora in corso anche aree di attracco, un ninfeo e resti di ville (Benini A., comm. pers.) che indicano probabilmente il luogo della città romana di Aenaria (III sec. AC), che si trovano attualmente a circa 6 metri sotto il livello del mare. Dai reperti sembra che il luogo venne abbandonato molto rapidamente, forse tra il 130-150 (DC) (anche se già Plinio il vecchio parla