1 La democrazia progressiva in Eugenio Curiel e nel gruppo dirigente del Pci. Un’elaborazione collettiva? (relazione al convegno “La figura e il pensiero di Eugenio Curiel nel 70° anniversario della sua uccisione”, Milano, 7 marzo 2015) Alexander Höbel Eugenio Curiel è stato indubbiamente uno dei massimi teorici della “democrazia progressiva”; ossia di quella “democrazia di tipo nuovo” che il gruppo dirigente del Partito comunista italiano – in singolare sintonia con quelli di altri partiti – individuò come prospettiva e obiettivo strategico della lotta di liberazione. È un’elaborazione che parte almeno dal VII Congresso del Comintern – quello dei Fronti popolari –, che avvia un dibattito più generale sul rapporto tra democrazia e socialismo, del quale i comunisti italiani, che durante la crisi Matteotti avevano lanciato con Gramsci la parola d’ordine dell’Assemblea costituente come strumento per liberarsi del fascismo e impiantare una repubblica democratica, sono tra i principali protagonisti. È interessante peraltro che questa riflessione prende avvio in un momento di crisi della democrazia liberale, la quale non ha saputo – o non ha voluto – reggere l’impatto dell’ingresso delle masse organizzate sulla scena politica, e dunque ha aperto la strada all’ascesa dei fascismi in Europa. Il movimento operaio, che coi fronti popolari giunge al governo in Francia e in Spagna, tenta dunque di fornire una risposta che non sia meramente difensiva, ma abbia un carattere progressivo; consenta cioè di trarre dalla crisi delle democrazie di stampo liberale – di cui pure si vogliono salvare tutte le conquiste (TOGLIATTI 1973, p. 725) – sviluppi più avanzati nel rapporto tra democrazia e progresso sociale. In particolare i due protagonisti del VII Congresso – Dimitrov e Togliatti – capiscono che la questione democratica va affrontata in modo nuovo. Durante la guerra civile spagnola, Dimitrov pone l’obiettivo di «uno Stato antifascista orientato a sinistra», «un tipo particolare di Stato con un’autentica democrazia popolare [...] a cui collaborerà la parte della borghesia realmente di sinistra» (AGOSTI, p. 228). Togliatti sviluppa questa intuizione soffermandosi Sulle particolarità della rivoluzione spagnola, che è «una rivoluzione popolare [...] nazionale [...] antifascista». «Il fascismo ha ottenuto, come risultato della sua offensiva, che la piccola borghesia si è decisamente schierata con il proletariato [...]. Ma i compiti della rivoluzione democratico-borghese [...] il popolo spagnolo li risolve oggi in modo nuovo» (TOGLIATTI 1979, pp. 140-142), costruendo una «repubblica democratica» ben diversa da «una repubblica democratica borghese del tipo comune», sia perché qui «la parte