Come dire cose senza parole: figuratività sonora e sound design, tra musica e cinema Lucio Spaziante Quando nella vita quotidiana entriamo in contatto con un suo- no, molto spesso si tratta di un suono “artificiale”, nel senso che si tratta di un suono ri-prodotto tramite una qualche forma di alto- parlante, sia esso quello di un cellulare, di un ascensore, o di un televisore. Si tratta di quello che Pierre Schaeffer (1966) definiva un suono “acusmatico”, ovvero, a differenza di ciò che accade se camminando accanto ad una cascata si sente lo scroscio dell’ac- qua, oppure in un sottopassaggio si sentono i passi di qualcuno, è un suono del quale invece non si vede la fonte che l’ha originato. Non nel senso che l’altoparlante sia nascosto, ma nel senso che il suono viene diffuso e/o registrato attraverso un apparato tecnico. Su questo processo l’audiovisivo ha sviluppato nel tempo una grammatica convenzionale che associa una banda audio ad una banda video per allestire un apparato referenziale e realistico in una situazione in absaentia rispetto alla fonte, come quella di una sala cinematografica. Allo scopo di “avvolgere” lo spettatore si- mulando le differenti posizioni spaziali delle fonti sonore conte- nute in una colonna sonora di un film, è stato di recente concepi- to il Dolby Surround 5.1. Un sistema convenzionale del sonoro ci- nematografico che riproduce in sala un effetto di pluri-direziona- lità spaziale sonora, con scomposizione del suono su più canali, tra frequenze alte e basse, con più altoparlanti posti frontalmente sullo schermo ma anche a destra, a sinistra, e dietro lungo le pare- ti della sala stessa. Tutto questo sforzo ci fa capire il potenziale ef- fetto di realtà che una efficace riproduzione sonora è in grado di fornire, proprio perché è il suono stesso ad essere un produttore di reale.