1 Vecchi e nuovi mediatori. Storia, geografia ed etnografia del caporalato in agricoltura Domenico Perrotta In corso di pubblicazione sulla rivista Meridiana, n. 1- 2014 1. Introduzione Il caporalato è una forma illegale di reclutamento e organizzazione della manodopera, diffusa da più di un secolo nell’agricoltura (e in misura minore in altri settori, come l’edilizia) di varie zone d’Italia. Esso ha assunto negli ultimi venticinque anni caratteristiche nuove in relazione al fatto che molti braccianti e caporali sono di origine non italiana e rappresenta uno dei nodi principali della nuova “questione bracciantile”, cioè della condizione drammatica in cui vivono e lavorano decine di migliaia di lavoratori stranieri nelle campagne, soprattutto nel Sud Italia. A partire dalla metà degli anni 2000, in seguito ad alcuni fatti di cronaca e ad alcune inchieste 1 , i mass media, le organizzazioni sindacali e la magistratura italiani sono tornati a occuparsi di caporalato, seguiti con qualche anno di ritardo dalle scienze sociali. Tuttavia, molte rappresentazioni di questo fenomeno fornite dai media, ma anche da inchieste serie e da pubblicazioni sindacali e scientifiche, appaiono poco accurate. Molto spesso il caporalato è associato alle mafie 2 e i caporali sono descritti come schiavisti e violenti 3 , mentre i braccianti sono rappresentati come i “nuovi schiavi”; inoltre, è opinione diffusa che il caporalato sia una pratica arcaica e tipica del Sud Italia. Come proverò a mostrare in questo saggio, il caporalato non è necessariamente collegato a organizzazioni mafiose e non è praticato esclusivamente (né, probabilmente, è stato “inventato”) nel Mezzogiorno; inoltre, la violenza fisica e la riduzione in schiavitù non sono i mezzi più usati dai caporali per organizzare le proprie squadre di braccianti 4 . Diversi studiosi hanno mostrato come questo sistema di reclutamento della manodopera sia nato in molti contesti in relazione alla trasformazione in senso capitalistico dell’agricoltura, in quanto figure come i caporali sono state (e tuttora sono) indispensabili per lo spostamento di grosse masse di braccianti e quindi per la formazione di un mercato del lavoro agricolo 5 . Altre ricerche, però, hanno ricostruito come corpose migrazioni stagionali di lavoratori, organizzate da figure simili ai 1 La prima è stata quella di Medici senza frontiere, I frutti dell’ipocrisia. Storie di chi l’agricoltura la fa. Di nascosto. Sinnos, Roma 2005, cui è seguito il rapporto Una stagione all’inferno, 2008 (www.medicisenzafrontiere.it/Immagini/file/pubblicazioni/una_stagione_all_inferno.pdf). 2 Cfr. ad es. Agromafie e caporalato. Primo rapporto, a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto, Flai-Cgil, Roma 2012. 3 Cfr. ad esempio F. Gatti, Io schiavo in Puglia, “l’Espresso”, 7 settembre 2006. 4 Questo non significa negare i casi di lavoro coatto accertati da inchieste della magistratura, come quello raccontato da A. Leogrande, Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Mondadori, Milano 2008. 5 G. Mottura, E. Pugliese, Agricoltura, Mezzogiorno e mercato del lavoro, Il Mulino, Bologna 1975; T. Brass, “Medieval Working Practices”? British Agriculture and the Return of the Gangmaster, in “The Journal of Peasant Studies”, 31, 2, 2004, pp. 313-40.