Domenico Pacini, un pioniere dimenticato dello studio dei raggi cosmici A. De Angelis, N. Giglietto, L. Guerriero, E. Menichetti, P. Spinelli, S. Stramaglia Era noto fin dalle esperienze di Faraday che un elettroscopio si scarica “spontaneamente”; la causa di questo fenomeno rimase un mistero fino all’inizio del ventesimo secolo, e la sua spiegazione avrebbe generato una delle più grandi rivoluzioni scientifiche nella storia del genere umano: lo studio dei raggi cosmici [1]. I raggi cosmici vengono oggi utilizzati sia come strumenti per sondare la natura ultima della materia, sia per investigare le proprietà astrofisiche delle sorgenti che li emettono. Fra la fine dell’ottocento e i primi anni del novecento, il fisico francese Henri Becquerel scoprì che alcuni elementi sono instabili, e possono mutarsi in altri elementi [2]. A questo processo di trasformazione venne dato il nome di "decadimento radioattivo". In presenza di alcuni materiali radioattivi, un elettroscopio carico si scaricava più velocemente che in un ambiente isolato. Si concluse quindi che questi materiali radioattivi potevano emettere particelle cariche, le quali scaricavano l’elettroscopio. La velocità di scarica di un elettroscopio venne quindi utilizzata come una misura del livello di radiazioni. Fig. 1:Un elettroscopio a foglie dell’inizio del novecento. Appariva quindi evidente che anche in ambienti isolati esisteva un fondo di radiazione. Ma a che cosa era dovuto questo fondo di radiazione? Veniva dalla Terra o era di origine extraterrestre? All’epoca risultava abbastanza plausibile una pura origine terrestre della radiazione, ma occorrevano misure precise per verificare o falsificare l’ipotesi.