Strategie di programmazione: le attuali tendenze di Remo Siza 1. Una premessa L'emergere di forti tendenze deregolative, di un'insofferenza crescente degli attori sociali nei confronti di qualsiasi coordinamento politico e della volontà diffusa di liberare le relazioni economiche e sociali da vincoli e costrizioni sembra aver dissolto ogni entusiasmo nei confronti della programmazione, delle possibilità che essa può assicurare in termini regolativi e di razionalità dei processi decisionali. Si consolida la convinzione che la programmazione sia una forma di regolazione storica applicabile solo a società semplici, stabili o comunque non soggette a rapidi e complessi mutamenti e che le attuali tendenze delle società contemporanee richiamino l'esigenza di più mercato, di più libertà (Per una trattazione più ampia rimando al mio La programmazione e le relazioni sociali, Angeli, Milano, 1994). A tale perdita di rilevanza hanno contribuito, altresì, gli insuccessi a cui sono andati incontro importanti processi di pianificazione. Ma nella valutazione di tali esperienze è risultata assente la capacità di correlare gli effetti osservati alle forme e agli strumenti specifici di piano di volta in volta utilizzati; la consapevolezza che i modelli e gli stili di pianificazione sono molteplici e chiaramente differenziati e ognuno di essi va incontro a possibilità di successo molto differenti. Il piano può proporsi come governo delle interazioni e delle interdipendenze sociali con delle valenze regolative sostanzialmente aperte, ha in sé capacità di sostenere una politica volta a ridurre gli spazi del mercato, dell'autonomia individuale, ma anche una politica opposta che lascia esprimere le dinamiche spontanee, selezionando in base a criteri più o meno generali, alla luce di un progetto, affermando limiti e vincoli generali o particolarmente stringenti. Nelle rappresentazioni dei soggetti istituzionali, delle forze politiche e sociali la programmazione è considerata, invece, come un modo rigido di regolazione sociale che impone alla collettività le azioni da svolgere. Essa inevitabilmente si deve esplicare in un disegno tendenzialmente globalizzante, che guida dal centro la società nel suo complesso attraverso l'autorevolezza e la forza persuasiva del messaggio o attraverso un modello gerarchico, lo standard, le norme rigidamente definite e imposte. Ugualmente nel senso comune, nelle rappresentazioni sociali più ricorrenti la programmazione è uno strumento inevitabilmente rigido che fissa per un arco temporale più o meno ampio obiettivi ed azioni possibili. Chi predispone un piano per una azienda sanitaria o per un comune deve cercare di governare tutto, la globalità degli interventi e delle informazioni, di individuare puntualmente compiti e responsabilità per ogni singolo soggetto sociale. D'altra parte, per anni la programmazione si è presentata come modalità di regolazione fondata su convinzioni e presupposti teorici sostanzialmente comuni: le distinzioni erano tutte interne al modello razional-comprensivo fra una programmazione dirigistica, che orienta fortemente le dinamiche del mercato attraverso vincoli, una programmazione fondata sull'incentivazione delle azioni ritenute coerenti alle scelte assunte e una programmazione puramente indicativa che si limitasse ad individuare uno schema previsionale.